Nulla è come sembra, niente accade per caso, tutto è connesso

Cos’è una teoria del complotto? Che ruolo hanno nella società contemporanea? E sono davvero ovunque come sembra? Proviamo a capirlo insieme al professor Michael Butter.

Benvenute e benvenuti alla puntata #13 di COMPLOTTI!, la newsletter sulle teorie delle complotto che ti porta dentro la tana del Bianconiglio.

Nell’ultimo anno molti media in tutto il mondo hanno parlato di “età dell’oro del complottismo”. Ma a ben vedere, lo si diceva anche prima della pandemia – nei primi anni Dieci, ad esempio, fino addirittura agli anni Novanta. Insomma: è così o no?

La puntata di oggi, che è una prosecuzione di quella precedente, punta a rispondere proprio a questa domanda con l’aiuto di un esperto della materia.


Nella logica complottista, nulla è come sembra. C’è sempre qualcosa che sfugge a tutti – tranne a loro. Paradossalmente, però, questo discorso può applicarsi anche a com’è percepito il complottismo nelle democrazie liberali occidentali.

Nel discorso pubblico, infatti, le teorie del complotto hanno connotazioni principalmente negative. E chi ci crede è spesso e volentieri patologizzato, descritto cioè come un pazzo paranoico ai margini di una società sana e razionale.

Eppure, come ho sempre scritto dall’inizio di questa newsletter, le cose sono molto – ma molto – più complesse di così. E il ruolo delle teorie del complotto nell’epoca contemporanea è molto più complicato e ambiguo di quello che può apparire a prima vista.

Nel novembre del 2020 è uscito The Nature of Conspiracy Theories, un saggio molto interessante sulla storia e la natura del complottismo. L’autore è Michael Butter, professore tedesco di letteratura americana e storia culturale dell’università di Tubinga.

L’ho chiamato per intervistarlo sul suo ultimo lavoro, conoscere le strategie che usano i complottisti per diffondere il loro verbo, e sapere se c’è una relazione tra populismo e complottismo. (La conversazione è stata editata per ragioni di spazio.)


Vecchi e nuovi complottismi

Salve professor Butter. La pandemia di coronavirus, lo sappiamo, ha dato vita a una serie di teorie del complotto piuttosto visibili nella sfera pubblica – dal virus creato in laboratorio al 5G e molto altro ancora. Come prima cosa ti chiedo: siamo in una nuova “età dell’oro del complottismo”?

Non credo che ci troviamo in una “era del complottismo”. Può sembrare che sia così, perché le teorie del complotto sono molto visibili e al centro dell’attenzione mediatica. Questo però indica che le consideriamo un problema, e dunque ne parliamo così tanto.

La situazione è molto diversa rispetto a duecento o cento anni fa, quando c’erano molte più teorie del complotto di adesso e non erano affatto problematizzate.

La pandemia è un buon esempio di questo assunto: in Germania, ad esempio, diversi studi hanno dimostrato che non c’è stato un aumento di persone che credono nelle teorie del complotto. Il numero è sempre costante, o addirittura in lieve diminuzione; eppure, cozza con la percezione pubblica di un fenomeno che sembra essere ovunque. Questo, per l’appunto, non vuol dire che siano credute da tutti.

C’è una differenza tra il complottismo moderno, diciamo dall’11 settembre in poi, e quello più “vecchio” –  tipo il maccartismo e l’omicidio di Kennedy?

La linea di demarcazione tra il vecchio modello e il nuovo sta proprio tra il maccartismo e l’assassinio di JFK. Fino alla fine degli anni Cinquanta, almeno nel mondo occidentale, le teorie del complotto erano fortemente stigmatizzate – soprattutto come conseguenza della Seconda Guerra Mondiale.

Questo stigma ha fatto cambiare la direzione delle teorie del complotto. Il modello principale (in voga ancora adesso) sostiene che sia il governo a cospirare contro il popolo, ed è venuto fuori per la prima volta con la morte di JFK. Prima di questo evento, le teorie del complotto si concentravano sulle minacce “dal basso” e “da fuori”: su nemici che cercavano di sovvertire una società in cui “i buoni” erano ancora al comando.

Il maccartismo si basava proprio sull’idea che ci fosse una massiccia infiltrazione di comunisti, orchestrata dal regime sovietico, in ogni ganglio della società americana. Il che è molto diverso da quello che si crederà qualche anno dopo sulla morte JFK, tirando in ballo la responsabilità del “complesso militare-industriale” e la presunta complicità del vicepresidente Lyndon Johnson.

Nel libro distingui in maniera abbastanza netta le teorie del complotto dai complotti veri e propri. Ma è mai esistita una teoria del complotto che poi si è rivelata vera?

Dipenda dalla definizione che si dà di teorie del complotto. Quella che uso io ha tre caratteristiche: nulla è come sembra; niente accade per caso; tutto è connesso.

Le teorie del complotto disegnano cospirazioni davvero sconfinate e ingigantiscono oltre ogni misura l’intenzionalità. Tutto è pianificato e va come ha previsto il cospiratore, senza che nessuno di quelli coinvolti parli mai. Ovviamente, nella realtà non è mai così.

Se si prendono i veri complotti – come l’uccisione di Giulio Cesare, il colpo di Stato della Cia in Iran negli anni Cinquanta, oppure il tentato avvelenamento di Alexei Navalny – siamo di fronte a eventi piuttosto isolati e organizzati da poche persone.

Nelle cospirazioni reali, poi, a un certo punto qualcosa va sempre storto. Chi ha ucciso Cesare voleva salvare la repubblica, ma invece ha scatenato una guerra civile da cui è uscito vincitore Augusto, diventato poi il primo imperatore.

La Cia in Iran voleva instaurare un regime fantoccio che garantisse ai paesi occidentali l’approvvigionamento del petrolio, e per un breve periodo ci è pure riuscita. Nel frattempo, però, hanno provocato un’insorgenza dei movimenti islamisti che è sfociata nella rivoluzione del 1979. E il tentato omicidio di Navalny non doveva di certo finire con lui in un ospedale a Berlino, a disposizione di tutta la stampa occidentale.

Nelle teorie del complotto, invece, non c’è spazio per gli errori. E questo le rende praticamente irrealizzabili, perché la realtà non può mai essere controllata del tutto.


Cos’è davvero una teoria del complotto e come si diffonde

Il termine “teoria del complotto” ha connotati prevalentemente negativi, e spesso viene usato per troncare ogni discussione. Pensi che, come ha suggerito qualche esperto, che dovremmo usare al suo posto qualcosa di più neutro – come ad esempio “ideologie del complotto”, o cose di questo genere?

No, secondo me no. Penso che “teorie del complotto” sia l’espressione che cattura meglio di ogni altro l’essenza delle teorie del complotto. 

Secondo la filosofia analitica, una teoria cerca di produrre una qualche forma di conoscenza sul mondo sulla base di ipotesi interconnesse tra loro. Una teoria del complotto è quindi un tentativo – non per forza di cose accurato – di dare un senso al mondo.

In più, il termine “teoria del complotto” non esclude completamente i complottisti dal resto della società. Dopotutto, anche noi formuliamo delle teorie per capire il mondo, che magari però non riteniamo complottiste.

A proposito dei complottisti: a partire dal famoso saggio di Richard Hofstader del 1964, “Lo stile paranoico nella politica americana”, c’è un po’ l’idea che chi crede in una teoria del complotto sia un mattoide ai margini della società che vive da solo in uno scantinato. Ecco, questa immagine corrisponde alla realtà oppure è datata e fuorviante?

È un’immagine molto esagerata, stereotipata e imprecisa. Per molto tempo è stato assolutamente normale credere in una teoria del complotto: lo facevano anche personaggi storici del calibro di Winston Churchill, Thomas Mann e Abraham Lincoln.

Anche adesso, però, non possiamo pensare che chi crede in una teoria del complotto abbia una malattia mentale: sono semplicemente troppi. Un terzo della popolazione tedesca è suscettibile al cospirazionismo, mentre il 50% di quella statunitense crede in almeno una teoria del complotto.

Diversi studi hanno inoltre dimostrato che i complottisti si trovano ogni strato sociale: tra i poveri e i ricchi, tra gli uomini e le donne, a destra come a sinistra, tra i giovani e gli anziani, e così via.

Esistono comunque delle tendenze demografiche e culturali. Più si è istruiti, infatti, più c’è la probabilità di non credere ad una teoria del complotto. Gli uomini ci credono più delle donne, e in questo caso lo stereotipo ha un qualche fondo di verità. Ma ogni stereotipo va maneggiato con cura, perché ci sono sempre grosse eccezioni.

Parlando invece della strategia retorica dei complottisti, ho sempre trovato molto affascinante il loro tentativo di scimmiottare lo stile accademico. Da un lato osteggiano e rigettano la comunità scientifica, ma dall’altro la emulano. Come mai?

Per vari motivi. Uno ha a che fare con la “riemersione della storia”: le teorie del complotto facevano parte della scienza del Diciottesimo e del Diciannovesimo secolo, mentre ora non lo sono più. Allo stesso tempo i complottisti vogliono risultare credibili, e imitano lo stile di chi adesso detiene il potere culturale e scientifico.

In un certo senso, poi, le teorie del complotto sono uno specchio deformato della comunità scientifica. Il complottismo contemporaneo ha infatti i suoi “esperti”, le sue figure autorevoli e i suoi “ideologhi”.

Quest’ultimi leggono i testi di persone con cui non sono d’accordo per decostruirli e ricavare pezzi da integrare nella loro teoria, ed è anche per questo che i testi dei complottisti risultano spesso freddi e pedanti. Sono infatti pieni di note e riferimenti, che però hanno un andamento circolare: qualcuno cita qualcuno, che a sua volta ha citato qualcun altro.

È una simulazione del metodo accademico, perché in pratica non c’è mai una vera prova a sostegno delle loro argomentazioni.

Molti complottisti rifiutano di essere chiamati come tali; altri invece lo rivendicano orgogliosamente; altri ancora sostengono di “fare ricerca” o porre “soltanto delle domande”. Insomma, come funzione la strategia retorica dei complottisti?

A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso non è più “normale” credere nelle teorie del complotto, e di conseguenza il termine “complottista” è diventato fortemente stigmatizzato. Non è più possibile usarlo con un’accezione neutrale.

Ovviamente non l’ha inventato la Cia, come sostiene qualche complottista, ma ha comunque connotazioni negative. Quindi rimangono due opzioni: o si rivendica quel termine, rivolgendosi solo ai “convertiti”; oppure lo si rifiuta, sostenendo di fare “domande” e sottolineare le contraddizioni delle versioni ufficiali.

Ma osservando più in profondità quello che dicono, ci si accorge subito che non stanno “facendo domande”: propongono invece una contronarrazione che manipola sottilmente il loro pubblico. 

Sono due strategie molto diverse tra loro. La prima ti rimuove completamente dal mainstream, mentre la seconda permette un inserimento surrettizio nel dibattito pubblico. 


La relazione tra teorie del complotto e populismo

In questo senso, trovo che ci siano diverse analogie con il populismo. Negli anni scorsi molti politici populisti hanno rigettato quell’etichetta, oppure l’hanno fatta loro. Insomma, c’è una relazione tra il populismo e il complottismo?

Sì, c’è una stretta relazione – specialmente tra il populismo di destra e le teorie del complotto. Il populismo semplifica la società in due gruppi contrapposti, cioè “il popolo” o “le élite”; le teorie del complotto fanno più o meno lo stesso, individuando i cospiratori e le vittime della cospirazione. Entrambi portano avanti discorsi molto moralisti, invocando una nostalgia verso un passato che non è mai esistito veramente.

I populisti sostengono che “le élite” sono lontane dal “popolo” e sono corrotte, appoggiandosi a volte a teorie del complotto che offrono una spiegazione specifica di questo distacco.

La cosa interessante dei movimenti populisti contemporanei è che di solito queste spiegazioni coesistono al loro interno; e visto che gli aderenti a questi movimenti sono d’accordo su molte cose, non danno molto peso a queste differenze. Ad esempio, si può manifestare per chiedere le dimissioni di Merkel sostenendo che è corrotta o incapace, e al tempo stesso dire che fa parte di una cospirazione globale per instaurare una dittatura.

Questo è anche il motivo per cui i populisti, sempre nei paesi occidentali, sono alla costante ricerca del supporto di chi crede nelle teorie del complotto – stando però attenti a non farlo in maniera troppo esplicita, anche per non urtare altri sostenitori che non sono complottisti.

Donald Trump è stato il politico che più di ogni altro ha impiegato questa tecnica. Mi rendo conto che la domanda è insidiosa, ma: la sua presidenza è la stata la fine di questa relazione molto stretta tra populismo e complottismo, o l’inizio di un qualcosa di nuovo?

Se non ci fosse stata la pandemia, Trump probabilmente sarebbero stato rieletto – e anche piuttosto agevolmente. Per ora non è sicuro che Trump torni alla guida del Partito Repubblicano. Di sicuro, però, il “trumpismo” è riuscito a unire la base più tradizionale con una fetta dell’elettorato più radicale e incline al complottismo.

E questo modello ha indubbiamente avuto successo, visto che alle ultime elezioni ha preso più voti rispetto al 2016. Già ora ci sono dei repubblicani, come Ted Cruz o Josh Hawley, che stanno cercando di copiare lo stile trumpiano. Non ritengo che questa forma di populismo complottista sia finita con la sconfitta di Trump.

Passando ad un altro aspetto piuttosto dibattuto, qual è il ruolo di Internet nel complottismo contemporaneo? Alcuni arrivano addirittura a sostenere che senza Internet non ci sarebbe il complottismo…

È una convinzione del tutto sbagliata: molte teorie del complotto esistevano ben prima di Internet, ed erano anche più popolari e accettate di quanto non lo siano adesso.

Al limite, senza Internet forse ci sarebbero meno persone che credono nelle teorie del complotto. La maggior parte degli studiosi ritiene infatti che Internet abbia reso più visibili le teorie del complotto, attraendo più seguaci. Ma non si tratta di un aumento esponenziale: le teorie del complotto c’erano anche negli anni Ottanta e Novanta, solo che magari si vedevano di meno ed erano confinate in determinate subculture.


Le tre fasi del complottismo

Un’altra convinzione piuttosto radicata sulle teorie del complotto, specialmente sui media, è che siano per forza di cose pericolose. È davvero così?

Le teorie del complotto possono essere potenzialmente pericolose, e alcune sono decisamente più pericolose di altre; ma non tutte lo sono. E non tutte le persone che credono nelle teorie del complotto sono pericolose.

Ci sono comunque tre aree in cui le teorie del complotto possono essere problematiche. Anzitutto, sappiamo che possono essere un catalizzatore per la radicalizzazione, la violenza e la discriminazione contro le minoranze. In un certo senso è anche logico: se credi che sia in corso una battaglia tra il bene e il male, allora potresti sentirti in dovere di reagire e “fare la tua parte” – com’è successo a Christchurch o Utoya.

In secondo luogo, le teorie del complotto sulla medicina e sulla salute possono essere dannose. Se pensi che il coronavirus non esiste o sia innocuo, giusto per fare un esempio, non prenderai sul serio le misure di protezione individuale e potresti contribuire alla diffusione dell’epidemia.

Infine, le teorie del complotto possono minano la fiducia nella democrazia e nelle istituzioni democratiche, come abbiamo visto fin troppo bene con l’assalto al Congresso americano dello scorso 6 gennaio.

Nel libro esprimi un concetto che ho trovato molto interessante: in questo momento, nella società occidentale, le teorie del complotto sono contemporaneamente accettate e rigettate. Come mai?

Siamo entrati in quella che può essere definita la “terza fase” del complottismo. C’è stata una prima fase molto lunga, dall’inizio dell’era moderna fino agli Sessanta del secolo scorso, in cui le teorie del complotto sono state più o meno accettate – se non direttamente una forma “ufficiale” di conoscenza.

Poi c’è stata una seconda fase, dagli anni Sessanta agli anni Zero, in cui le teorie del complotto sono state una forma di conoscenza eterodossa e relegata alle subculture.

Ora siamo nella terza, in cui le teorie del complotto sono ancora fortemente stigmatizzate nella maggior parte dei paesi occidentali dalla scienza, dalla politica e dai media. Allo stesso tempo le subculture si sono ingrandite, hanno un loro ecosistema mediatico, hanno i propri esperti e un vero e proprio pubblico alternativo.

E questi due pubblici molto diversi tra loro si guardano con sospetto – uno è preoccupato dalle teorie del complotto, l’altro dai complotti.

Per finire: secondo te, il modo in cui parliamo e affrontiamo le teorie del complotto funziona? O paradossalmente sta creando ancora più danni?

Allora, penso che l’opinione pubblica adesso sia molto più informata sulle teorie del complotto rispetto a qualche anno fa. Ma per un giornalista o un politico è molto difficile trovare una giusta misura.

Mi spiego meglio. Fino a non troppo tempo fa, le teorie del complotto erano considerate come un qualcosa di divertente e da non prendere sul serio; ora invece sembra siano una minaccia mortale per l’intero occidente.

Credo che la verità stia un po’ nel mezzo. In Germania, ad esempio, le proteste contro le misure restrittive per il coronavirus non rappresentano un reale problema per la tenuta del sistema democratico; ma vanno indubbiamente prese sul serio, senza però farsi prendere dal panico, o additare tutti i manifestanti come nazisti.

Penso anche che ci si debba liberare dello stereotipo che fa di ogni complottista un paranoico, perché rende molto difficile parlare con queste persone.

L’anti-complottismo deve riconoscere che a volte le teorie del complotto sono delle risposte – seppur distorte – a problemi reali. La teoria del complotto sul Nuovo Ordine Mondiale, ad esempio, è una chiara risposta alla globalizzazione e ai problemi che ha causato a intere fasce della società, che nel passaggio da una società industriale ad una post-industriale ci hanno rimesso parecchio.

Dobbiamo dunque combattere le teorie del complotto e smascherarle, ma dobbiamo pure affrontare le cause che alimentano in primo luogo queste teorie.


Articoli e cose notevoli che ho visto questa settimana:

Su HBO sta per uscire una mini-serie su QAnon che promette davvero bene (Cullen Hoback su Twitter)

Sta girando un altro documentario complottista sul coronavirus, si chiama Planet Lockdown e ha numeri parecchio alti (Alex Kaplan, Media Matters)

Dall’antica Roma a QAnon, il complottismo presenta diversi elementi ricorrenti (Tommaso Guariento, L’Indiscreto)


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La prossima settimana parlerò di una teoria del complotto di estrema destra che ultimamente è tornata ad affacciarsi nel dibattito pubblico: quella di “Eurabia”, ossia l’invasione islamica dell’Europa.