Uno spettro si aggira per l’Occidente: lo spettro del “marxismo culturale”

Secondo una teoria del complotto molto in voga a destra, questo fantomatico “marxismo culturale” starebbe distruggendo la civiltà occidentale. Spoiler: non è così.

Benvenute e benvenuti alla puntata #16 di COMPLOTTI!, la newsletter sulle teorie delle complotto che ti porta dentro la tana del Bianconiglio.

Nelle puntate precedenti ho parlato di come molte delle teorie del complotto contemporanee, soprattutto quelle che rientrano nella categoria dei “supercomplotti”, siano delle rivisitazioni più o meno esplicite dei Protocolli dei Savi di Sion.

Quella di cui parlo oggi – la teoria del “marxismo culturale” – non fa eccezione, ed è idealmente la conclusione di un trittico di post dedicato ai Protocolli moderni. Ecco com’è nata e come si è diffusa questa cospirazione.


La scuola che puntava a far finire l’Occidente

“Oggi morirete tutti, marxisti!”

È questa la frase che Anders Behring Breivik ha gridato subito prima di aprire il fuoco contro i giovani socialisti radunati sull’isola di Utøya, uccidendone 69.

In un’udienza del processo che si è tenuto dopo la strage, il terrorista norvegese di estrema destra ha ricordato in dettaglio alcune scene del massacro. Nella mensa del campo, ad esempio, molti adolescenti “non riuscivano a scappare; stavano completamente fermi. Non è una cosa che si vede nella tv. È stato molto strano”.

Non era la reazione che si aspettava. Ma alla fine, è andata bene ugualmente: l’importante era sterminare i “traditori” che stavano distruggendo il suo paese.

Nel suo manifesto di oltre 1500 pagine, Breivik scrive infatti di aver visto “bande di musulmani” e “non autoctoni” trasformare Oslo in un “cesso a cielo aperto”, aiutati dalla complicità del governo e dei “multiculturalisti”. A ben vedere, tuttavia, l’islamizzazione del continente e “l’invasione culturale” è una realtà ormai presente in tutta Europa. E per l’estremista, la diffusione di questa minaccia esistenziale è dovuta soprattutto al “marxismo culturale”.

L’espressione, almeno per chi la usa senza ironia, indica tutto quello che c’è di male nelle democrazie liberali contemporanee. Cose come il multiculturalismo, il relativismo, il femminismo, il politicamente corretto, i diritti civili – e molto altro ancora– sarebbero il frutto avvelenato di una grande cospirazione ordita dal gruppo di accademici ebrei marxisti della “scuola di Francoforte” (tra cui Adorno, Horkheimer e Marcuse), che con il loro approccio eterodosso e interdisciplinare hanno coniato la cosiddetta “teoria critica”.

Negli anni Trenta - per sfuggire alla persecuzione nazista - questi studiosi si sono poi trasferiti negli Stati Uniti e hanno iniziato a lavorare alla Columbia University, dove hanno esteso la loro influenza al punto tale da dominare il mondo accademico, mediatico e culturale (sia in Usa che in Europa).

Come si legge in un articolo sul sito di estrema destra Il Primato Nazionale, il “marxismo culturale” è andato persino oltre: vorrebbe imporre comportamenti come “transessualismo, matrimoni misti, ibridazioni [e] adesione ai fondamentalismi”. Un’altra caratteristica fondante, continua il pezzo, è quella di additare come “malati” tutti coloro che “non si adeguano al pensiero liberal e progressista”.

Naturalmente, non c’è nulla di vero in tutto ciò.

Se la scuola di Francoforte è stata influente per un periodo – soprattutto negli anni Sessanta – di sicuro non ha mai la pervasività per orientare il corso della storia mondiale degli ultimi decenni. E anche se dovessimo prendere per buona la teoria del complotto, il piano di Marcuse & co. di imporre l’egemonia culturale per arrivare al comunismo sarebbe a dir poco fallimentare: a occhio, infatti, viviamo in un sistema saldamente capitalista.

Secondo il giornalista Jason Wilson, il “marxismo culturale” è una specie di “specchio distorto della storia, che a prima vista riflette quello che è accaduto realmente salvo poi distorcerlo in modi decisamente bizzarri”.

Di fatto, quindi, si tratta di una fantasia che vive principalmente in un mondo immaginario costruito ad arte dalle destre. Ma è proprio questo processo di costruzione a essere indicativo di certe tendenze del complottismo moderno.


L’invenzione del mito del “marxismo culturale”

Il “marxismo culturale”, inteso come piano per distruggere l’Occidente, è stato inventato da un pugno di intellettuali di estrema destra statunitensi verso la seconda metà degli anni Novanta.

I primi a divulgare il concetto sono stati il paleoconservatore Paul Gottfried (ritenuto anche il padre del termine alt-right) e William Lind – collaboratore di Paul Weyrich, fondatore della Free Congress Foundation nonché uno dei più influenti attivisti ultraconservatori e religiosi della New Right americana.

Lind, in particolare, ha tirato su una mini-industria attorno alla teoria spalmandola su Internet, in video e in vari convegni. Secondo lui termini come “multiculturalismo” e “politicamente corretto” non sono altro che sinonimi occulti del “marxismo culturale”, e vengono usati dai loro proponenti per mascherare “la natura marxista del loro credo”. In una conferenza di negazionisti dell’Olocausto, tenutasi nel 2003, Lind ha poi spiegato in maniera piuttosto tranchant chi sono davvero gli alfieri del “marxismo culturale”: “sono tutti ebrei”.

Weyrich, dal canto suo, ne ha parlato per la prima volta in una conferenza del 1998 dipingendo una situazione piuttosto cupa: “Il marxismo culturale sta vincendo la guerra contro la nostra cultura”. La proposta è quella di lanciare una controffensiva estremamente aggressiva.

La chiamata alle armi è subito raccolta da Pat Buchanan, un altro paleoconservatore candidatosi alla presidenza nel 2000 con il Reform Party. Nel 2001 Buchanan pubblica un libro dal titolo inequivocabile: The Death of the West: How Dying Populations and Immigrant Invasions Imperil Our Country and Civilization (“La morte dell’Occidente: come il declino demografico e l’invasione migratoria mettono a rischio il nostro paese e la nostra civiltà”).

Il testo, annota il giornalista David Neiwert su Daily Kos, da un lato attribuisce poteri sovrumani alla “teoria critica”; e dall’altro le addebita praticamente ogni stortura. Il “marxismo culturale”, sostiene l’ex candidato presidenziale, è “un regime che punisce il dissenso e colpisce l’eresia sociale esattamente come faceva l’Inquisizione con l’eresia religiosa. Il suo marchio di fabbrica è l’intolleranza”.

A quel punto, il passo dai paleoconservatori alle frange più radicali dell’estrema destra è decisamente breve. Diversi autori come Jared Taylor del magazine American Renaissance, il professore neonazista Kevin MacDonald e Peter Brimelow del sito razzista VDare lo incorporano nei loro lavori; ulteriore pubblicità arriva anche dal complottista Alex Jones di InfoWars.

L’ingresso reale nel mainstream arriva però grazie ad Andrew Breitbart. Nella sua autobiografia Righteous Indignation, il fondatore del sito Breitbart scrive esplicitamente che la scoperta dell’esistenza del “marxismo culturale” è stato il suo “risveglio”. E in un’intervista rilasciata poco prima di morire nel 2012, ribadisce di aver vissuto “una grande epifania, il momento della rivelazione – quello in cui dici: ‘ok, finalmente ho capito cosa sta succedendo in questo paese’”.

Ed è un po’ il momento rivelatorio avuto anche da Anders Behring Breivik, che ha attinto da un filone già ampiamente consolidato portandolo alle estreme conseguenze.  


I Protocolli dei Savi di Francoforte

Esattamente com’è successo con un’altra teoria adottata da Breivik, quella di Eurabia, la strage di Utøya non ha reso inservibile la teoria del “marxismo culturale”. Al contrario, è diventata ancora più popolare - proprio come si era prefisso il terrorista.

Oltre all’incremento delle ricerche su Google Trend, il termine viene definitivamente sdoganato in Europa e negli Stati Uniti. Su Fox News, ad esempio, durante la campagna presidenziale del 2016 se ne è parlato più e più volte; uno degli host più popolari della rete di Murdoch, Tucker Carlson, ha detto che il “marxismo culturale sta distruggendo l’America”; e su siti come The Federalist i “marxisti culturali” sono stati definiti dei “fascisti postmoderni”.

Anche il filosofo canadese Jordan Peterson, autore del bestseller 12 Rules for Life, negli ultimi anni si è costruito un seguito piuttosto nutrito su Internet denunciando i mali del “multiculturalismo” e del “neo-marxismo postmoderno” – un’altra formula vaga e fumosa per indicare le stesse identiche cose del “marxismo culturale”.

In determinati circuiti di destra, inoltre, il termine si è fuso con lo spauracchio del globalismo - ossia la riverniciatura moderna del vecchio cosmopolitismo. “Il marxismo culturale è il ramo culturale del globalismo”, afferma il sito Western Mastery, “e non si può sottovalutare l’enorme impatto di questa ideologia sulla cultura occidentale. Perché ha demolito le strutture sociali e propagato una perversione culturale”.

Insomma, come dice Jan Blommaert su Diggit magazine, il “marxismo culturale” è una sorta di “passe-partout politico” che permette di collegare un nemico (la “sinistra” in generale) ai “mali” della modernità – su tutti il globalismo, cioè le strutture internazionali di governance, e l’immigrazione che “inquina” l’identità nazionale e culturale.

Naturalmente, ma ormai l’avrete capito, se si depura la teoria dalle cortine fumogene lessicali è molto facile scorgere il suo nucleo pulsante: l’antisemitismo.

Non è un caso che, tra tutte le correnti di pensiero del Novecento, sia stata scelta quella della “scuola di Francoforte”; né è una coincidenza che uno dei “marxisti culturali” più odiati sia il finanziere ungherese George Soros. Che ovviamente non è marxista, ma è ebreo; e tanto basta.

In questo senso, scrive Neiwert, la teoria del “marxismo culturale” è l’ennessima versione riveduta e aggiornata al Ventunesimo secolo della madre di tutte le teorie del complotto – i Protocolli dei Savi di Sion. E come l’originale, quando è preso sul serio ha il medesimo potenziale letale.


Articoli e cose notevoli che ho visto questa settimana:

In Olanda è stato arrestato un 37enne con l’accusa di aver pianificato un attentato ad un centro vaccinale anti-Covid (NL Times)

Secondo uno studio, le teorie del complotto iniziano a essere credute intorno ai 14 anni (Daniel Jolley, Karen Douglas e Yvonne Skipper, The Conversation)

Un’inchiesta sul movimento estremista dei Boogaloo Bois – di cui ho parlato più volte nella newsletter – e i loro metodi di propaganda e addestramento (A.C. Thompson e Lila Hassan, ProPublica)


Se ti è piaciuta questa puntata, puoi iscriverti a COMPLOTTI! e condividerlo dove vuoi e con chi vuoi. Quelle precedenti sono consultabili nell’archivio.  

Mi trovate sempre su Instagram, Twitter e Facebook, oppure rispondendo via mail a questa newsletter.

La settimana prossima tornerò a parlare di QAnon, perché ci sono stati sviluppi importanti – soprattutto sull’identità di Q.