Slopaganda di guerra
Per l’amministrazione Trump la guerra in Iran è la perfetta occasione per inondare Internet di meme propagandistici, shitposting e sbobba artificiale.
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Complotti è anche un podcast mensile per Internazionale. La seconda puntata è uscita il 25 febbraio: si trova sul sito e sulla app di Internazionale, e ovviamente su tutte le principali piattaforme di ascolto.
Soldato SpongeBob, a rapporto!
Da quando è stato annunciato l’ennesimo rinvio di Grand Theft Auto 6, l’attesissimo ultimo capitolo della celebre saga videoludica della Rockstar, su Internet gira questo meme: “abbiamo avuto [evento o cosa X] prima di GTA 6”.
Bene: nelle ultime settimane siamo arrivati a quello che probabilmente è il limite estremo di questo meme.
Nel senso che abbiamo avuto un contenuto di propaganda bellica con dentro un gioco di Grand Theft Auto prima di GTA 6.
E questo contenuto non è arrivato da un profilo qualsiasi, ma da quello ufficiale della Casa Bianca.
Il 6 marzo del 2026 è stato pubblicato su X un video in cui una scena di GTA: San Andreas è alternata ai bombardamenti statunitensi contro obiettivi iraniani con in sovrimpressione la scritta WASTED (in italiano “massacrato”), che nel gioco appare ogni volta che il personaggio controllato dal giocatore muore.
A rendere il tutto ancora più disturbante ci ha pensato Steven Cheung, il direttore della comunicazione della Casa Bianca, ha ripubblicato il video mettendo nella didascalia il codice per sbloccare le munizioni infinite – un po’ come se l’operazione “Epic Fury” fosse un gioco.
Il video con GTA rientra in uno specifico filone comunicativo che la Casa Bianca sta spingendo in modo piuttosto aggressivo da quando è iniziata l’aggressione all’Iran, e che consiste nell’unione di trolling, shitposting e meme sadistici in stile 4chan.
Gli esempi, per l’appunto, si sprecano.
Per restare nel mondo videoludico, l’account della Casa Bianca ha utilizzato clip tratte da Call of Duty: Modern Warfare III e Wii Sports – sempre giustapponendole a riprese reali di bombardamenti e di incursioni.
In un altro video, le esplosioni sul campo di battaglia sono montate insieme a una clip di SpongeBob in cui il protagonista dice: “Vuoi vedermi farlo di nuovo?”.
In un altro ancora, scene di placcaggi di football americano e attacchi aerei sono sincronizzati con la canzone Thunderstruck degli AC/DC.
A proposito di musica: un post con lo spezzone di una conferenza stampa del segretario alla difesa Pete Hegseth è accompagnato da Enter Sandman dei Metallica, che già l’anno scorso avevano fatto rimuovere un video del Pentagono in cui veniva utilizzato il brano senza la loro autorizzazione.
In un altro post, gli attacchi e le esplosioni scorrono invece sulle note di Here Comes The Boom del rapper Nelly.
Il “capolavoro” del genere – come l’ha etichettato sarcasticamente il New York Times – è una clip adrenalinica di 42 secondi accompagnata dalla didascalia “GIUSTIZIA ALL’AMERICANA”, che mescola riprese di guerra con spezzoni tratti da Braveheart, Breaking Bad, Minority Report, Guerre Stellari, Deadpool, Tropic Thunder e altri film, mentre in sottofondo si sente la colonna sonora di Mortal Kombat.
Quest’ultimo video ha sollevato le maggiori polemiche: vuoi per l’utilizzo disinvolto del materiale di intrattenimento (l’attore Ben Stiller ha scritto che “la guerra non è un film”); vuoi per l’accostamento azzardato tra il concetto di “giustizia” e i personaggi utilizzati (un trafficante di metanfetamina come Walter White dovrebbe essere un esempio positivo?); e vuoi per la banalizzazione dell’operazione militare.
A tal proposito alcune testate hanno parlato di “slopaganda di guerra”, che deriva dall’unione di slop (un termine riferito ai contenuti di bassa qualità generati con l’intelligenza artificiale) e propaganda.
Il termine è stato coniato dai ricercatori Micha Klincewicz, Mark Alfano e Amir Ebrahimi Fard, che in un paper pubblicato nel 2025 l’hanno descritta come una “massa di contenuti indesiderati realizzati dall’IA e diffusi per manipolare l’opinione pubblica a fini politici”.
In questo caso, il fine è evidente: rendere divertente una guerra che è profondamente impopolare all’interno del paese.
La guerra in Iran non c’è mai stata
Non è la prima volta, ovviamente, che un’amministrazione viene accusata di adottare un approccio anestetizzante rispetto alla guerra.
Nel 1991, ad esempio, la prima guerra del Golfo contro l’Iraq di Sadam Hussein venne paragonata a una “Nintendo War”, ossia a una guerra videoludica.
In un articolo apparso sul Los Angeles Times, il giornalista George Black scrisse che l’operazione Desert Storm era un
confuso susseguirsi di conferenza stampa senza contenuti di sorta, immagini che sembrano prese dai videogiochi e corrispondenti con gli occhi arrossati che ci hanno dato l’illusione della guerra e l’illusione dell’informazione.
Questo concetto di “guerra illusoria” – che per il pubblico occidentale (è bene specificarlo) esisteva soltanto nei canali all-news e negli asettici briefing del Pentagono – è alla base di una delle più famose provocazioni di Jean Baudrillard, contenuta nel libro La guerre du Golfe n’a pas eu lieu (“La guerra del Golfo non c’è mai stata”).
Per il filosofo francese la prima guerra del Golfo non è stata una guerra in senso tradizionale ma una sorta di “guerra morta”, ossia un evento virtuale e pre-programmato.
Il divario tecnologico e bellico tra gli avversari era talmente ampio, ha scritto, che “fin dall’inizio si sapeva che questa guerra non sarebbe esistita”.
Al suo posto si era così imposto un “simulacro televisivo”, in cui i media non trasmettevano una guerra ma la creavano ex novo come oggetto di consumo.
La televisione diventava così l’unico vero luogo in cui si svolge la guerra, rendendo paradossalmente irrilevante ciò che accadeva sul campo di battaglia e trasformando l’opinione pubblica nell’“ostaggio del raggio catodico”.
Baudrillard sottolinea come lo spettatore non fosse infatti un semplice osservatore esterno, ma una parte integrante dello spettacolo.
Consumando le immagini della guerra, i video dei missili intelligenti che colpiscono i bersagli e le riprese termiche delle operazioni notturne, il pubblico convalidava l’esistenza di un evento che non aveva mai avuto luogo nella sua forma classica.
“Noi siamo in una situazione di non-guerra”, afferma il filosofo francese, “in cui l’evento è stato sostituito dalla sua messa in scena”.
Pure il nemico scompariva, diventando un fantasma racchiuso in una manciata di pixel.
E un nemico inesistente non poteva di certo essere un vero interlocutore, ma soltanto un elemento funzionale alla narrazione mediatica.
Secondo Baudrillard abbiamo assistito a un conflitto pienamente iperreale, in cui era svanita la distinzione tra realtà e simulazione. È stata una guerra che non si è svolta nello spazio fisico, ma in quello dei segni mediatici.
E questo ci riporta alla guerra in Iran, che a tutti gli effetti è una versione aggiornata del modello iperreale della prima guerra del Golfo.
Se nel 1991 la guerra veniva raccontata come un videogioco tattico – senza cioè il sangue, la sporcizia, la sofferenza e il caos della guerra vera – adesso la Casa Bianca trumpiana fa un passo in più: utilizza i videogiochi per raccontare la guerra, ammantando il tutto con l’ironia sadica dello shitposting.
La cultura memetica, del resto, amplifica all’ennesima potenza la desensibilizzazione. L’umorismo tipico di 4chan, annota il ricercatore Daniel Baldino su The Conversation, “è strutturalmente anti-lutto: la sua funzione principale è creare distanza”.
E quando la violenza circola unicamente come una battuta da troll o come corollario di un video ironico, diventa “impossibile accedere alla sua realtà emotiva”.
La guerra, chiosa Baldino, “continua a essere vista ma non viene più percepita allo stesso modo”.
Cliccatura bellica
C’è poi un’altra evoluzione significativa rispetto al testo di Baudrillard: la Casa Bianca trumpiana ha un rapporto molto labile con la realtà, ma non lo considera un problema.
Al contrario: si trova perfettamente a proprio agio in questa condizione di iperrealtà memetica.
Tant’è che dal 28 febbraio a oggi gli obiettivi bellici sono cambiati decine di volte, in un turbinio di contraddizioni e smentite.
Anche gli interventi ufficiali di Pete Hegseth sono talmente assurdi da sembrare recitati. Sono più simili alle confusionarie dirette di uno streamer amatoriale che gioca a Call of Duty che ai briefing del segretario alla difesa di un paese che ne ha aggredito un altro.
Lo stesso Trump parla della guerra in Iran come se la cosa non lo riguardasse. Basta vedere il suo atteggiamento sprezzante e disinteressato di fronte ai soldati deceduti, che del resto lui considera dei “perdenti” e degli “sfigati”.
Stando alla CNN, poi, l’amministrazione avrebbe gravemente sottovalutato la risposta iraniana, in particolare la chiusura dello stretto di Hormuz.
Con ogni evidenza, Trump e i suoi pensavano di risolvere la faccenda con un’operazione rapida, pulita e indolore – esattamente com’era successo all’inizio di gennaio con il rapimento di Nicolás Maduro in Venezuela.
E come con il Venezuela, anche la guerra in Iran è stata pensata come una perfetta occasione di fare del content virale.
Gran parte dell’amministrazione Trump vive cronicamente online, del resto, e la dipendenza dai social media e dalle sue logiche ha pesanti ripercussioni su come esercita il potere e sulla stessa forma di governo.
Il politologo Don Moynihan, come avevo raccontato nella puntata #145, la definisce una clicktatorship – un termine composto da “click” e “dittatura” – dove si mescolano “logiche da social e pulsioni autoritarie”.
In questo modello, chi governa “non usa le piattaforme online solo per comunicare ma ne interiorizza i meccanismi”. Le deportazioni dei migranti, ad esempio, sono un’ottima base per fare video in stile ASMR o promuovere la pornografia della crudeltà.
Le stesse decisioni politiche, prosegue Moynihan,
sono fortemente condizionate dal mondo online e reagiscono in tempo reale alle sue dinamiche. In una “cliccatura” tutto diventa content, dalle scelte politiche fondamentali fino alle modalità concrete con cui vengono attuate.
Ed è proprio per questo motivo che l’ufficio comunicazione della Casa Bianca rivendica apertamente la slopaganda di guerra: per loro è un modo naturale di creare consenso, irritare i propri nemici politici e soprattutto incassare like e visualizzazioni.
In un’intervista al Washington Post, il professore dell’università della Georgia Roger Stahl ha spiegato che questi video “esaltati e stilizzati” creano un “un’estetica sanguinaria” che a sua volta trasforma la guerra in intrattenimento nichilista.
“Stanno vendendo agli statunitensi una versione hollywoodiana, videoludica e anestetizzata della guerra”, dice Stahl, “per tenere il pubblico a debita distanza da una realtà che può metterlo a disagio”.
Per restare nella metafora videoludica, l’effetto più deleterio della slopaganda è quello di ridurre le vittime a NPC – cioè a Non-Playable Character, i personaggi non giocanti dei videogiochi. E nessuno si straccia le vesti per degli NPC, che per definizione sono dei bersagli inanimati, senza emozioni e dunque sacrificabili.
Come, ad esempio, le centinaia di bambine iraniane uccise da un missile Tomahawk statunitense caduto il 28 febbraio sulla scuola elementare di Shajarah Tayebeh nella città di Minab.
Dopo aver mentito per giorni e giorni, Donald Trump alla fine ha detto di “non saperne abbastanza” ma di essere comunque pronto a “farsene una ragione”.
Tanto, in ogni caso, quella strage non sarebbe stata un buon content per gli account della Casa Bianca.
Articoli e cose notevoli che ho visto in giro
21 persone – tra cui diversi turisti – sono state arrestate a Dubai per aver filmato gli attacchi iraniani e averli diffusi sui social (Detained in Dubai)
Visto che gli Epstein Files sono scomparsi dal dibattito pubblico, è importante continuare a parlarne: qui la seconda parte dell’approfondimento di Wu Ming 1 sullo scandalo del finanziere pedofilo (Wu Ming 1, Internazionale)
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