Cliccatura
La seconda amministrazione Trump sta sperimentando una forma di governo che mescola logiche da social media e pulsioni autoritarie.
Benvenute e benvenuti alla puntata #145 di COMPLOTTI!, la newsletter che ti porta dentro la tana del Bianconiglio.
COMPLOTTI! è un progetto giornalistico nato nel 2020 e no, non ci sono Poteri Forti o ricchi finanzieri a foraggiarmi di nascosto. Se vuoi sostenere il mio lavoro, contribuire all’informazione veramente indipendente e accedere alle puntate speciali, abbonati qui sotto: sono 5 euro al mese oppure 50 euro all’anno.
Prima di cominciare, però, ho un annuncio importante da fare: dopo essere stato un libro, Complotti diventerà anche un podcast per Internazionale!
L’avevo già anticipato al festival della rivista a Ferrara lo scorso ottobre, ma ora posso comunicarlo anche qui. Si tratterà di un podcast a cadenza mensile, in cui racconterò e approfondirò una specifica teoria del complotto.
La prima puntata uscirà il 26 gennaio e sarà disponibile sul sito e sulla app di Internazionale, e ovviamente su tutte le principali piattaforme di ascolto. Qui potete ascoltare il trailer. La settimana prossima vi darò più dettagli.
Tutto per il content
Ora che sono passate due settimane dall’attacco statunitense al Venezuela, c’è una domanda che rimane un po’ in sospeso: per quale motivo l’amministrazione Trump ha deciso di invadere il paese e rapire – questo è il termine corretto; lo dice anche Trump – il presidente Nicolás Maduro?
Vale la pena tornare a chiederselo perché, alla luce delle recenti evoluzioni, la risposta non è così tanto intuitiva.
Proviamo a partire da alcuni punti fermi: di sicuro, l’operazione Absolute Resolve non è stata fatta per fermare il narcotraffico – visto che le sostanze arrivano negli Stati Uniti da altri paesi. Né è stata fatta perché Maduro è il capo di un cartello che opera negli USA – lo smentisce la stessa intelligence statunitense.
Né, tanto meno, è stata fatta per “esportare la democrazia”: il regime è ancora al suo posto.
Di sicuro – Trump l’ha ripetuto più volte, in maniera ossessiva – c’entra il petrolio. Il Venezuela è il paese con le maggiori riserve di greggio al mondo, ma per gli Stati Uniti il petrolio non è più così strategico come lo era qualche decennio fa.
La riprova viene dal fatto che le grandi aziende petrolifere non hanno granché voglia di investire miliardi di dollari in un paese dove la situazione è incerta e caotica.
E altrettanto di sicuro, l’attacco ha rappresentato un atto di puro imperialismo. È stato il corollario armato della “dottrina Donroe”, nonché un preciso messaggio ai rivali geopolitici: in un mondo che torna pericolosamente a essere diviso in sfere d’influenza tra grandi potenze, noi facciamo il bello e il cattivo tempo perché siamo i più forti.
In un’intervista alla CNN, il potente vicecapo di gabinetto Stephen Miller – uno che sembra la reincarnazione di Joseph Goebbels nel 21esimo secolo – l’ha detto chiaro e tondo: “Possiamo parlare quanto vogliamo delle sottigliezze internazionali e di tutto il resto, ma viviamo in un mondo che è governato dalla forza e dal potere”.
Secondo diversi osservatori, c’è poi un ulteriore motivazione – paradossalmente la più importante – dietro l’attacco: il content.
Nel senso che l’intera operazione militare è stata concepita per generare contenuti sui social e accumulare quanti più like e visualizzazioni possibili, in particolare su X e Truth Social.
La stessa amministrazione Trump, come emerge dalle foto della Situation Room allestita all’interno della villa di Trump a Mar-a-Lago, stava seguendo l’attacco anche sulla piattaforma di Elon Musk.
In uno scatto – ovviamente diventato virale – il segretario alla difesa Pete Hegseth è sormontato da uno schermo con l’interfaccia di X e dall’enorme emoji di una faccina che trattiene le lacrime.
È il caso di ricordare che parliamo della prima potenza militare al mondo, che dovrebbe avere ben altri strumenti per monitorare l’andamento di un’incursione ad altissimo rischio rispetto a una piattaforma infestata da troll, truffatori con la spunta blu a pagamento e chatbot che spogliano minorenni.
E invece, Trump e i suoi si sono incollati a X e a Truth Social per seguire compulsivamente “un grande spettacolo televisivo” – come l’ha definito il presidente in una conversazione con Fox News – oppure a pubblicare videomontaggi che deridono Maduro e meme fatti con l’intelligenza artificiale.
Un autoritarismo cronicamente online
Come ha scritto il politologo Don Moynihan nella sua newsletter Can We Still Govern?, da quelle foto e da quei post si ha l’impressione di vedere “un gruppo di dodicenni chiusi in uno scantinato che hanno ricevuto il controllo dell’esercito più letale della storia e lo usano per gonfiare i propri numeri sui social”.
Per Moynihan, tuttavia, non si tratta di una semplice strategia propagandistica; è qualcosa di molto più profondo e preoccupante.
Trump e molti membri della sua amministrazione vivono cronicamente online, e questo ha pesanti ripercussioni su come esercitano il potere e sulla stessa forma di governo.
Che secondo il docente non è una dittatura nel senso classico del termine, almeno per quanto riguarda il rapporto con i mezzi di comunicazione, ma piuttosto una clicktatorship – un neologismo traducibile in italiano come “cliccatura”.
In un’intervista a Wired, Moynihan ha descritto così il concetto:
Una “cliccatura” è una forma di governo che mescola logiche da social media e pulsioni autoritarie. In questo modello chi governa non usa le piattaforme online solo per comunicare, ma ne interiorizza i meccanismi. Le convinzioni, i giudizi e le decisioni sono fortemente condizionate dal mondo online e reagiscono in tempo reale alle sue dinamiche. In una “cliccatura” tutto diventa content, dalle scelte politiche fondamentali fino alle modalità concrete con cui vengono attuate.
Se la prima presidenza Trump era una sorta di “presidenza televisiva” – The Apprentice aveva di fatto costruito la sua candidatura – ora ci troviamo di fonte a una “presidenza social”, imbevuta di riferimenti e codici propri delle piattaforme.
Non a caso, l’amministrazione è infarcita di podcaster (come il direttore dell’FBI Kash Patel), postatori compulsivi su X (come JD Vance), gente con il cervello fritto dai social e accaniti frequentatori di angoli piuttosto oscuri della Rete (come il già citato Stephen Miller).
Non si limitano dunque a “manipolare i messaggi”, prosegue Moynihan, ma sono “a loro volta manipolati dall’ambiente digitale in cui si ritrovano”. Ne sono dipendenti, insomma, e la dipendenza influenza il loro pensiero e il loro modo di agire.
In questo senso, Elon Musk è probabilmente l’esempio più estremo e inquietante. È ormai provato che l’uomo più ricco del mondo si informi – o meglio: si disinformi – attraverso un ristretto cerchio di account estremisti e complottisti su X.
Una delle decisioni più devastanti che ha preso da capo del DOGE è stata la soppressione di USAID, motivata in larghissima parte da una serie di teorie del complotto completamente infondate che giravano sulla sua piattaforma.
L’agenzia è stata dunque uccisa dal brainrot complottista di Musk, con ripercussioni letali in tutto il mondo e un elevato costo in termini di vite umane.
Più in generale, qualsiasi politica trumpiana sembra essere fatta per diventare un content da spiattellare sui social, in un ciclo di azione e reazione governato dall’algoritmo.
Per capirlo basta vedere gli account dei vari dipartimenti, che nel corso del primo anno del secondo mandato si sono trasformati in delle specie di sezioni distaccate di 4chan.
La lista degli esempi è sconfinata: le espulsioni dei migranti esibite con video in stile ASMR; le immagini degli arresti ghiblificate; le foto trionfanti davanti ai detenuti nei lager di Bukele a El Salvador; i video fatti con l’IA in cui Trump si beve uno spritz nella Gaza post-genocidio, o sgancia merda da un jet sui manifestanti a Times Square; e così via.
Queste comunicazioni ufficiali, ha scritto il giornalista Charlie Warzel su The Atlantic, “sono una componente centrale del modo in cui l’amministrazione Trump esercita il potere: è una forma di governo che passa dalla produzione incessante di contenti”.
Un popolo, una patria, un meme neonazista
Nella “cliccatura” trumpiana, per l’appunto, tutto è content – compresa l’uccisione di Reene Nicole Good a Minneapolis da parte dell’agente dell’ICE Jonathan Ross.
Dopotutto, l’agenzia è anzitutto una grande macchina di produzione di video virali e meme suprematisti.
Una recente inchiesta del Washington Post ha rilevato che il team di comunicazione dell’ICE è stato incaricato dalla Casa Bianca di sfornare “contenuti virali di operazioni dell’ICE per catturare l’attenzione degli utenti sui social”.
Di fatto, l’agenzia si comporta come farebbe un influencer qualsiasi: sta tutto il tempo appresso alle metriche, spende un sacco di soldi per spingere i contenuti sulle piattaforme, e cataloga i propri post in base alle visualizzazioni e all’engagement.
Tuttavia, quello dell’ICE non è l’account di un influencer qualsiasi; e i suoi post non contengono ricette, recensioni di serie tv, curiosità su Stranger Things o consigli per vestirsi.
Mostrano invece agenti mascherati – in larga parte estremisti di destra o fanatici delle armi poco addestrati – che terrorizzano città intere, portano via con la forza donne disabili, gasano bambini di sei mesi con i lacrimogeni e sparano in faccia alle attiviste.
Il format prediletto dell’ICE, insomma, è la brutalità.
Una brutalità sfacciata, ostentata, rivendicata e, soprattutto, pretesa dal pubblico di riferimento – ossia i seguaci di Trump più radicalizzati su X e Truth Social.
È evidente, ha scritto il giornalista Eric Levitz su Vox, che l’amministrazione Trump “sia più preoccupata di conquistare l’approvazione di quel pubblico che della maggioranza degli elettori”.
I sondaggi, del resto, parlano chiaro. Secondo una rilevazione di SSRS per la CNN, appena il 36 per cento dell’elettorato pensa che Trump si stia concentrando sulle priorità che contano davvero per i cittadini (come l’economia e il carovita). Il 58 per cento pensa che il presidente si sia spinto troppo in là nell’utilizzo dei poteri esecutivi.
In base a un altro sondaggio, realizzato a gennaio da AP-NORC per Associated Press, soltanto il 38 per cento approva le politiche aggressive di Trump sull’immigrazione – un calo di ben 11 percentuali rispetto a marzo del 2025.
E ancora: stando a un sondaggio di YouGov, la maggioranza degli statunitensi ritiene che i metodi dell’ICE siano troppo violenti e vorrebbe vedere incriminato Ross per l’omicidio di Good.
Tutto ciò non sembra però influire sull’attività online del Dipartimento di Stato (DHS da cui dipende l’ICE) e di altri dipartimenti, che anzi assomigliano sempre di più a degli account neonazisti.
Poco dopo l’assassinio di Good, ad esempio, il profilo del Dipartimento del Lavoro ha pubblicato un post con lo slogan “Una patria. Un popolo. Un patrimonio nazionale” – una frase che rievoca sinistramente il motto nazista “Ein Volk, Ein Reich, Ein Führer”, “un popolo, un Reich, un Führer”.
Sui profili del Dipartimento di Stato è poi apparso un post di reclutamento dell’ICE con la frase “We’ll Have Our Home Again” (“Avremo di nuovo la nostra casa”), un riferimento esplicito a una canzone dei Pine Tree Riots molto popolare negli ambienti neonazisti.
Alcuni passaggi del brano comparivano inoltre nel manifesto di Ryan Christopher Palmeter, un attentatore suprematista che nel 2023 ha ucciso tre persone nere in Florida.
Insomma: non si tratta più di semplici strizzatine d’occhio o dog whistles, ossia linguaggi cifrati.
Siamo di fronte alla convinta appropriazione di un tipo di estremismo che fino a non troppo tempo fa era confinato negli angoli più remoti di Internet, mentre ora è una delle colonne portanti della “cliccatura”.
La seconda amministrazione Trump, annota il giornalista Ryan Broderick nella sua newsletter Garbage Day, è dunque la riprova più lampante – e terrificante – del fatto che “la politica è ormai qualcosa che si mette in scena soprattutto per un pubblico online, in cui nulla esiste davvero se non diventa un contenuto che riesce a fare rumore in Rete”.
Articoli e cose notevoli che ho visto in giro
Neppure l’attrice Sidney Sweeney – ehm, sì, proprio Sidney Sweeney – è al riparo dalle “transvestigazioni” (Samantha Riedel, Them)
Grazie all’ascesa di partiti di estrema destra come Vox e Aliança Catalana, anche in Spagna le teorie del complotto stanno assumendo sempre più rilevanza politica (José Javier Olivas Osuna, Maik Herold e Felix Hormig, EUROPP)
Per rimanere nella stessa area geografica: l’estrema destra portoghese ha trasformato il ritornello di una canzone razzista fatta con l’IA nello slogan per le elezioni presidenziali di questa domenica (Roberta Cavaglià, Iberica)
Se ti è piaciuta questa puntata, puoi iscriverti a COMPLOTTI! e condividerlo dove vuoi e con chi vuoi. Quelle precedenti sono consultabili nell’archivio.
Mi trovate sempre su Instagram, YouTube, TikTok e Bluesky, oppure rispondendo via mail a questa newsletter.







mentre leggevo pensavo giustamente ad alcune cose che avevo letto su Garbage Day :))
testo incredibile, e che meraviglia che tra poco avremo anche il pocast!
Ciao, grazie per la menzione (e anche per l'altro consiglio di lettura iberico, non lo conoscevo e lo recupero subito). Non vedo l'ora di sentire il podcast! :)