Mangionisti di tutto il mondo, unitevi!
Luigi Mangione continua a essere l’oggetto di un bizzarro culto politico. Ne ho parlato con il giornalista francese Nicolas Framont, autore del saggio “San Luigi”.
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The Mangionistas
“Fanculo Brian Thompson: è tutto quello che ho da dire”.
È il 18 maggio del 2026 quando una donna pronuncia questa frase fuori dal tribunale di New York. Si trova lì per sostenere Luigi Mangione, il 27enne accusato dell’omicidio dell’amministratore delegato di UnitedHealthcare.
Non è sola: con lei ci sono altre due donne.
“I suoi figli stanno meglio senza di lui”, dice la seconda. “Non dico che dobbiamo armarci tutti quanti”, sostiene la terza, “ma quando la democrazia è in crisi e non ci sono altre opzioni, che dobbiamo fare? Cosa ci rimane da fare?”
Le tre donne si chiamano Abril Rios, Ashley Rojas e Lena Weissbrot. Su Internet si fanno chiamare The Mangionistas – le “Mangioniste” – e sono le sostenitrici più vocali e visibili di Luigi Mangione.
A distanza di un anno e mezzo dall’assassinio, di cui ho parlato nelle puntate #92 e #139, il 27enne continua infatti a godere di un livello non indifferente di sostegno presso la popolazione statunitense (e non solo).
Mangione è infatti il santo vendicatore dei torti sanitari, un’icona anticapitalista celebrata in meme e santini, la base per canzoni rap e l’oggetto di infiniti dibattiti sull’efficacia e la moralità della violenza politica.
Recentemente in Italia è uscito un saggio che affronta di petto tutte le questioni più spinose, scomode e irrisolte del caso. Si chiama San Luigi. Come rispondere alla violenza del capitalismo? ed è stato pubblicato da Nero nella collana curata da Iconografie del XXI Secolo.
L’autore è il giornalista e sociologo Nicolas Framont, fondatore e direttore della rivista francese Frustration Magazine. Il 28 maggio l’ho intervistato a Roma nell’ambito della rassegna di incontri di pedagogia pubblica “La lotta libera”.
La conversazione è stata editata per ragioni di brevità e chiarezza.
Santi e fuorilegge
Sono passati quasi due anni dall’uccisione di Brian Thompson e dall’arresto di Luigi Mangione. Le compagnie di assicurazione sanitarie continuano a fare profitti enormi, gli amministratori delegati dormono bene la notte e ora vogliono sostituirci tutti con l’intelligenza artificiale. L’omicidio ha sortito qualche effetto concreto, secondo te?
Nicolas Framont: Dopo l’omicidio di Brian Thompson qualche effetto c’è stato, perché era chiaro che avessero paura.
UnitedHealthcare ha nominato un nuovo amministratore delegato e ha modificato alcune politiche assicurative approvando o rimborsando prestazioni sanitarie che in precedenza aveva rifiutato di coprire.
Dal sito aziendale sono stati rimossi i nomi e le fotografie dei dirigenti. L’assemblea degli azionisti si era poi svolta da remoto e non in presenza [Thompson è stato ucciso proprio mentre andava all’assemblea degli azionisti].
Ma a parte queste cose, nel complesso l’omicidio non ha cambiato il sistema sanitario statunitense.
Quello che è cambiato, secondo me, è altro. È infatti emersa una nuova figura culturale e popolare della rivolta.
Negli ultimi due anni diverse azioni di protesta negli Stati Uniti hanno citato Luigi Mangione, facendolo così diventare un riferimento e una sorta di eredità da tramandare.
Il cambiamento non è dunque immediato né istituzionale, ma piuttosto è culturale.
È l’idea che la violenza contro i potenti possa tornare a essere percepita come una strada percorribile.
La glorificazione di criminali e fuorilegge che prendono di mira i ricchi non è certo una novità, soprattutto nei periodi di forti disuguaglianze economiche e tensioni sociali. Cosa ti sembra davvero nuovo nel caso di Luigi Mangione?
La figura del fuorilegge è antichissima – sia nella storia degli Stati Uniti che in quella europea – ma per molto tempo è stata rimossa.
Dagli anni Novanta in poi, ad esempio, ci siamo comportati come allievi diligenti del capitalismo. Certo: ci sono state tante lotte e tanti movimenti sociali; ma c’è stata pure una forte irreggimentazione di quelle lotte e di quei movimenti.
La novità non è dunque il fenomeno in sé; sono i mezzi attraverso cui si diffonde.
Luigi Mangione è una figura che nasce della cultura di Internet e fa parte di una nuova infrastruttura tecnologica per la circolazione delle idee. E per me Luigi Mangione incarna soprattutto il sarcasmo.
Pensa al meme di “San Luigi”: è chiaramente una battuta, ma è anche un modo ironico e allusivo per dire qualcosa.
È come suggerire che forse dovremmo fare la stessa cosa, senza però dirlo esplicitamente. Lo si lascia intendere attraverso i simboli, le immagini, le copertine dei libri.
Sempre grazie a Internet, Luigi Mangione è diventato una figura politica globale e ha generato alcuni emuli.
L’anno scorso, per esempio, un uomo ha incendiato un quartiere residenziale a Los Angeles sostenendo di essere stufo del capitalismo e dei ricchi.
Quest’anno, invece, una persona ha lanciato una molotov contro la casa di Sam Altman – l’amministratore delegato di OpenAI – facendo riferimento proprio a Mangione.
A quest’ultimo proposito, la violenza contro Thompson è stata un atto individuale, privato e atomizzato? Oppure può essere letta come una forma di violenza rivoluzionaria, indipendentemente dalle intenzioni del suo autore?
Le classi dirigenti hanno sempre cercato di presentare ogni gesto potenzialmente rivoluzionario come un gesto individuale.
La spiegazione preferita dal potere è sempre la stessa: la follia. Succede da secoli. Si psichiatrizzano i conflitti politici.
Lo abbiamo visto, per esempio, con il movimento femminista. Per molto tempo le femministe sono state descritte come donne isteriche, squilibrate, in cerca di attenzione.
Con Luigi Mangione è accaduto qualcosa di simile.
Pochi giorni dopo il suo arresto, la polizia di New York aveva diffuso la versione secondo cui soffriva di gravi dolori alla schiena dopo un intervento chirurgico. Alcuni conoscenti dissero ai giornali che probabilmente covava rancore personale verso UnitedHealthcare proprio per quel motivo.
Quella era così diventata la spiegazione dominante, ed era una spiegazione molto rassicurante. Se tutto si riduce alla vendetta personale di un cliente scontento, allora il problema non riguarda il sistema sanitario nel suo complesso.
Ma quella ricostruzione è stata smentita nel giro di poche settimane.
Si è scoperto che l’intervento era riuscito perfettamente e che Mangione non soffriva più di alcun problema fisico.
Non aveva neppure debiti sanitari, una cosa molto comune negli Stati Uniti. Proveniva da una famiglia benestante, lavorava nel settore tecnologico e non aveva particolari difficoltà economiche.
Sembrava piuttosto una persona profondamente inquieta per lo stato del mondo. Si poneva domande esistenziali: perché siamo qui? Che cosa dovremmo fare? Qual è il senso della vita? Tutte domande legittime e universali.
Il punto è che non conosciamo le sue motivazioni reali e probabilmente non le conosceremo mai del tutto.
Di certo c’è che le classi dirigenti cercano sempre di convincerci che certe azioni nascono esclusivamente da motivazioni private.




