Il Pizzagate era vero
La pubblicazione degli “Epstein Files” ha riacceso l’interesse sul caso, generando nuove speculazioni e riportando a galla vecchie teorie.
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Complotti è anche un podcast mensile per Internazionale. La prima puntata è uscita il 26 gennaio: si trova sul sito e sulla app di Internazionale, e ovviamente su tutte le principali piattaforme di ascolto.
Tre milioni di potenziali complotti
Più Donald Trump ordina agli americani di dimenticarsi del caso Epstein, più il caso Epstein si incista nel dibattito pubblico e incendia l’immaginario complottista.
Negli ultimi giorni, ve ne sarete resi conto, è praticamente impossibile non imbattersi in selvagge speculazioni sul finanziere e stupratore seriale morto in carcere nel 2019.
Il catalogo è virtualmente sconfinato: si parte dall’esistenza di fantomatici snuff movie, si passa per il cannibalismo e si finisce alla voce secondo cui Jeffrey Epstein sarebbe vivo e vegeto a Tel Aviv e giocherebbe a Fornite – un’ipotesi su cui si può addirittura scommettere su Polymarket.
La nuova ondata di interesse è dovuta alla pubblicazione dei cosiddetti “Epstein Files”, ossia oltre tre milioni di documenti processuali rilasciati dal Dipartimento di Giustizia statunitense in ottemperanza a una legge approvata dal Congresso lo scorso novembre.
Orientarsi in questa mole di carte è volutamente e praticamente impossibile – è come se avessero dato in pasto a Internet tre milioni di potenziali complotti da decifrare, dissezionare e declinare in base al proprio orientamento o gusto personale.
Il materiale, del resto, offre infinite possibilità.
Ci sono foto oscene e inquietanti; foto censurate (tra cui, ehm, la Monna Lisa); foto che invece avrebbero dovuto essere censurate e non lo sono; foto di Bill Clinton in una vasca idromassaggio; nomi che non dovevano essere oscurati e invece lo sono; accuse e insinuazioni di ogni tipo; email criptiche; spunti d’indagine mai verificati; pettegolezzi scabrosi (come quello sulla presunta malattia venerea contratta da Bill Gates con “ragazze russe”); e, ovviamente, gif pornografiche prese da 4chan.
In altre parole: il caos più totale.
Come ha scritto il giornalista Charlie Warzel sulla rivista The Atlantic, gli “Epstein Files”
alimentano sia speculazioni scriteriate sia timori legittimi. Contengono abbastanza dettagli da mettere in agitazione chi le legge, ma non forniscono un quadro comprensibile della situazione. In sostanza, sono carburante esplosivo per le teorie del complotto ma allo stesso tempo suggeriscono manovre dietro le quinte assolutamente reali.
Nonostante le discutibili modalità di pubblicazione, dalle email – di cui Epstein era un utilizzatore compulsivo – emergono diverse circostanze significative.
Parliamo infatti di un faccendiere altolocato e ben inserito nei circuiti dell’élite statunitense; conoscere quello che diceva in privato ha un’indubbia rilevanza storica, politica e anche sociologica.
Anzitutto, da questa immensa tranche di documenti emerge che molte persone hanno continuato a frequentare Epstein anche dopo il patteggiamento per reati sessuali del 2008 (su cui tornerò più avanti).
Molte altre, che dicevano di non aver interrotto i rapporti con il finanziere, in realtà non l’avevano mai fatto.
Elon Musk, ad esempio, tra il 2012 e il 2013 chiedeva informazioni a Epstein sui “festini scatenati” che organizzava nella sua isola privata. Peter Thiel, il fondatore di Palantir, si incontrava spesso con il finanziere e scambiava consigli sulla sua dieta.
L’attuale segretario al commercio Howard Lutnick scriveva a Epstein nel 2012 per organizzare pranzi, nonostante avesse pubblicamente detto di aver troncato con lui nel 2005.
L’intellettuale progressista Noam Chomsky gli spiegava come difendersi dalle accuse di pedofilia. L’economista Larry Summers si lamentava con lui delle donne.
L’ex principe britannico Andrew Mountbatten Windsor, che è stato privato dei titoli regali proprio per le frequentazioni con Epstein, l’aveva addirittura invitato a Buckingham Palace subito dopo la scarcerazione nel 2009.
In alcune foto – decisamente disturbanti – si vede Mountbatten Windsor a quattro zampe sopra una donna sdraiata sul pavimento.
E ancora: il miliardario e fondatore del Virgin Group Richard Branson si complimentava con Epstein per il suo “harem”, cioè il giro di prostituzione (anche minorile) che aveva allestito con l’ex compagna e complice Ghislaine Maxwell.
L’ordine mondiale di Epstein
È uno spaccato piuttosto sordido e patetico della depravazione morale delle élite, nonché una rappresentazione plastica di certe dinamiche di potere negli Stati Uniti, un paese dove “i ricchi e i potenti non sono abili manovratori ma solo adulatori maldestri”, scrive Warzel, “ansiosi di ingraziarsi le persone che contano, a prescindere da quanto siano cattive o depravate”.
Dai carteggi di Epstein emergono anche i suoi rapporti con figure politiche, oltre al suo interesse per il populismo di destra e il sovranismo.
Il rapporto più noto e chiacchierato, di cui ho già parlato nella puntata #122, è quello con Donald Trump.
Nei documenti il presidente è citato migliaia di volte, sempre in maniera indiretta. Ma a parte una lista di denunce anonime (e non verificate) su presunti reati sessuali commessi da Trump – una lista che, ovviamente, è girata tantissimo sui social – non ci sono particolari elementi di novità, né tanto meno pistole fumanti.
Un altro legame stretto era quello con il potente politico laburista britannico Peter Mandelson, che ha ricevuto finanziamenti diretti da Epstein per poi ricambiarlo con informazioni economiche riservate.
La rivelazione ha portato alle sue dimissioni sia dal partito laburista che dalla Camera dei Lord, e sta mettendo in seria difficoltà il governo di Keir Starmer.
Epstein si frequentava anche con l’ex ministro della cultura francese Jack Lang, il cui nome compare più di 600 volte nei documenti. L’ex politico socialista, che ora ricopre l’incarico di direttore dell’Istituto del Mondo Arabo, è stato convocato dal ministero degli esteri francese per fornire spiegazioni sulla natura dei loro rapporti.
Il finanziere statunitense conversava e si incontrava spesso con l’ex premier israeliano Ehud Barak, al punto tale da alimentare i sospetti (al momento non verificati, va detto) di una sua appartenenza al Mossad.
Un’altra corrispondenza duratura e proficua è stata quella con Steve Bannon, ex consulente strategico di Trump e ideologo MAGA.
I due, tra le varie cose, parlavano di usare le criptovalute per finanziare “una coalizione populista e nazionalista” volta a impedire il ripetersi di fenomeni come il MeToo.
Nel 2018 – un anno prima dell’arresto di Epstein – Bannon raccontava i suoi tentativi di federare l’estrema destra europea, vantandosi di essere diventato il “consigliere” di Matteo Salvini, di Alternative für Deutschland, del premier ungherese Viktor Orbán e del leader del partito Reform UK Nigel Farage.
Da altre mail risalenti a quel periodo si capisce che Epstein era molto affascinato da 4chan (che in quegli anni era la culla dell’alt-right e di QAnon), dalle criptovalute, dalle idee eugenetiche e dalla manipolazione dell’informazione.
Da una mail inviata a Peter Thiel nel 2016 emerge che Epstein aveva una visione politica quasi accelerazionista, molto simile a quella dei broligarchi. Caldeggiava infatti “un ritorno al tribalismo contro la globalizzazione” e auspicava “nuove alleanze fuori dagli schemi” con cui “potersi prendere le cose destinate al collasso”.
Commentando questo aspetto degli “Epstein Files”, Ryan Broderick ha giustamente osservato nella sua newsletter Garbage Day che il finanziere
credeva di essere vicino all’inaugurazione di un nuovo ordine mondiale che gli avrebbe consentito di portare avanti i suoi mostruosi progetti personali, come la creazione di una “super-razza” di bambini con il proprio DNA [sì, sul serio] e la costruzione di Stati fascisti incaricati di gestire la sovrappopolazione e il collasso climatico.
Nel fare ciò, sottolinea il giornalista, Epstein corteggiava gli uomini più potenti del pianeta “invitandoli nella sua isola e nel suo ranch e assicurandosi che fossero circondati da una disponibilità inesauribile di giovani ragazze”.
Un caso di giustizia negata
È proprio su quest’ultima evidenza che si basano le teorie sul caso, che sembra davvero costruito a tavolino per far presa sui complottisti.
La giornalista Adrienne LaFrance annota su The Atlantic che
la saga Epstein tocca praticamente ogni elemento di ogni grande teoria cospirazionista degli ultimi secoli: accuse di orribili abusi su minori; morti misteriose; documenti nascosti; l’idea di un’oscura “cupola” che controlla tutto; politici e celebrità invischiate. E poi c’è il fatto che Epstein era ebreo: un dettaglio che rende l’intera vicenda inevitabilmente intrisa di antisemitismo, una componente chiave del complottismo fin dai tempi delle Crociate.
Pur fondandosi su innegabili nuclei di verità, le speculazioni su Epstein rimuovono chirurgicamente gli aspetti che confliggono con determinati bias ideologici.
Se prendiamo la variante elaborata dal Pizzagate e da QAnon, il caso Epstein è il racconto dell’orrore di un’élite democratica dedita alla pedofilia, ai rituali satanici e all’estrazione di adrenocromo dalla vittime (una chiara rivisitazione dell’accusa del sangue) che soltanto Trump può sconfiggere.
L’amicizia tra i due viene totalmente ignorata, oppure trasformata in un’operazione sotto copertura: il presidente avrebbe fatto finta di essere un amico del finanziere per assicurarlo alla giustizia.
La variante liberal, affermatasi soprattutto nell’ultimo anno, spera invece di ribaltare il senso delle teorie qanoniste per far passare Trump dalla parte dei cattivi e – scrive Jacopo Di Miceli nella newsletter Tempolinea – “rompere l’incantesimo che ne ha imprigionato gli elettori”.
La stratificazione di queste teorie contrapposte rende poi il caso Epstein una sorta di supermercato del content, da cui ognuno può pescare quello che vuole e costruirci sopra una narrazione morbosa e voyeuristica per colpire i propri avversari politici o – più banalmente – per cercare di cavalcare l’algoritmo.
Così facendo, però, si rischia di far passare in secondo (e pure terzo) piano il cuore della vicenda: la violenza sessuale sistematica e decennale commessa ai danni di quasi un migliaio di donne, accomunate dalla giovane età o da situazioni socio-economiche svantaggiate.
In questo senso, ha evidenziato Salvatore Cannavò su Jacobin, quella di Epstein non è soltanto un intrigo internazionale quanto piuttosto una squallida “storia di potere maschile, e di potere sessuale intrecciato a quello economico, finanziario, politico, culturale”.
Ed è pure l’orrenda apoteosi di una “gestione patriarcale, violenta e proprietaria del corpo delle donne da parte di un’élite di maschi bianchi e di potere” che agiscono nell’impunità più totale.
Vale la pena ricordare che il finanziere poteva essere fermato già nel 1996, quando la polizia di New York raccolse la prima denuncia per violenza sessuale contro Epstein e Ghislaine Maxwell.
E poteva essere fermato anche nella prima metà degli anni Duemila, quando la polizia di Palm Beach (in Florida) prese sul serio le denunce di decine di donne e iniziò a raccogliere prove da portare a processo.
Tuttavia, quel processo non si è mai celebrato perché il procuratore federale di Miami Alexander Acosta (poi divenuto segretario al lavoro nel primo mandato di Trump) concordò un patteggiamento estremamente favorevole per Epstein, incriminandolo solo per induzione alla prostituzione anziché per abusi sessuali su minori.
Il finanziere venne rimesso in libertà dopo appena 13 mesi di carcerazione molto blanda e, una volta fuori, ricominciò a fare quello che faceva prima.
Ci sono voluti altri dieci anni – e decine di cause civile – prima di veder finalmente arrestato Epstein con l’accusa di traffico sessuale e abuso sessuale di minori.
A tal proposito, il merito di aver riportato l’attenzione su Epstein non va di certo alle speculazioni in stile Pizzagate o QAnon, ma al certosino lavoro d’inchiesta della giornalista Julie K. Brown, che nel 2018 ha pubblicato una serie di articoli sul Miami Herald.
Per Brown, l’intera epopea di Epstein dimostra come “il governo federale e la giustizia penale abbiano tradito le vittime, rifiutandosi di perseguire [il finanziere] con la serietà e l’impegno che sarebbero stati necessari fin dall’inizio”.
Concentrarsi esclusivamente sui risvolti politici, sottolinea la giornalista a The Atlantic, fa perdere di vista il punto centrale:
La violenza sessuale non fa distinzioni in base all’appartenenza politica. Il punto è che il nostro sistema giudiziario è profondamente disfunzionale. È un sistema ingiusto e sbilanciato a favore di chi ha molto potere, molti soldi e molta influenza.
La verità, insomma, è molto più banale e al tempo stesso terrificante rispetto a una contortissima teoria complotto.
Alla fine, chiosa Charlie Warzel, “non c’è bisogno di essere un genio del male per farla franca commettendo le peggiori nefandezze: basta che tutti gli altri siano disposti a chiudere un occhio”.
Articoli e cose notevoli che ho visto in giro
La “MAGAficazione” – con il suo corredo di sbobba IA e propaganda estremista – non riguarda soltanto la destra italiana o tedesca, ma pure quella giapponese e coreana (Eleonora Zocca, New Lines Magazine)
La polizia italiana ha diffuso una foto degli scontri di Torino alterata con l’IA, generando una teoria del complotto contro la stessa polizia (Andrea Zitelli, Facta)
Siamo entrati nell’era del “collasso dell’autenticità”, in cui l’intelligenza artificiale permette di creare contenuti che non sono né completamente falsi né completamente veri (Stuart A. Thompson, Tiffany Hsu e Steven Lee Myers, New York Times)
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Ottima ricostruzione. Al di là degli scandali sessuali - certamente gravi di per sé - ciò che colpisce è proprio quello che hai chiamato "l'ordine mondiale di Epstein". Da questo scambio di email emerge con relativa chiarezza quello che molti di noi già sapevano: c'è un manipolo di miliardari che sta perseguendo attivamente, in modo più o meno velato, la realizzazione di una radicale riforma politica.
Vorrei esplicitare brevemente la cornice teorica entro cui questa riforma si colloca. La crisi dell’ordine liberale viene assunta come irreversibile e la democrazia come un ostacolo. La risposta delle élite tech-finanziarie è il "tribalismo": un ritorno delle comunità frammentate, culturalmente omogenee, spesso reciprocamente ostili. Viene negata qualsiasi pretesa di universalismo di stampo illuminista, così come il principio di uguaglianza e di governo pubblico. Il risultato è un ordine post-democratico più stabile per chi detiene capitale, dati e capacità tecnologiche: un mondo governabile proprio perché diviso, in cui la sovranità popolare viene resa impraticabile prima ancora che illegittima.