La morte artificiale di Benjamin Netanyahu
Il premier israeliano ha cercato di dimostrare di essere vivo per placare le voci sulla sua morte, e così facendo le ha alimentate ancora di più.
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Le sei dita di Bibi
“Vuoi contare quante dita ci sono nella mia mano?”
A fare questa domanda è il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che alza la mano destra a favore di fotocamera. Sullo sfondo si vede il bancone di un bar e dei camerieri con un grembiule verde oliva.
Subito dopo fa vedere bene la mano sinistra: ci sono tutte e cinque le dita.
Dopo aver sorriso, Netanyahu sorseggia un caffè lungo da un bicchiere di carta e consiglia a chi sta guardando “di stare vicino a un’area protetta”.
Questo bizzarro siparietto non è stato ripreso per caso da un cliente del locale The Sataf a Gerusalemme, ma è stato pubblicato sugli account ufficiali di Netanyahu.
E il motivo, se possibile, è ancora più strano della clip in sé: smentire le voci incontrollate sulla morte del premier.
Tutto è iniziato alla fine di febbraio con l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran.
Sin da subito, la propaganda del regime teocratico – attraverso bot e account ufficiosi come quello dell’agenzia Tasnim News Agency, legata ai Guardiani della Rivoluzione – ha inondato i social network di notizie false sulla presunta morte di Netanyahu e di altre figure di spicco del governo e dell’intelligence militare israeliana.
L’intelligenza artificiale è stata abbondantemente utilizzata per generare immagini in cui il corpo di Netanyahu viene estratto dalle macerie della sua presunta abitazione distrutta da un drone iraniano.
Il 12 marzo del 2026 le dicerie sulla morte del premier hanno fatto un salto di qualità.
Il governo israeliano ha infatti pubblicato il video del primo discorso alla nazione di Netanyahu da quando sono iniziate le operazioni in Iran e nel Libano contro Hezbollah.
Su X – e dove, sennò? – diversi account con la spunta blu a pagamento hanno iniziato a sostenere che quelle riprese fossero generate dall’intelligenza artificiale per nascondere la verità, ossia la morte del leader israeliano.
L’attenzione si è concentrata in particolare sulla mano destra del premier, che a dire di questi profili avrebbe avuto sei dita.
Come noto, l’IA non riesce ancora adesso a riprodurre alla perfezione le mani; guardare le dita è uno dei modi migliori per scovare incongruenze.
Tuttavia – come ha dimostrato, tra i vari, il sito di fact-checking Snopes – il video era genuino e il “sesto dito” in realtà era il palmo della mano di Netanyahu.
È per questo che, tre giorni dopo, il premier israeliano ha mostrato le dita nel video postato sul suo profilo: erano la prova del fatto che era vivo e vegeto.
O meglio: dovevano essere la prova.
Il video che doveva smentire la morte del premier israeliano è infatti servito a sostenere l’esatto opposto. E anche le foto del backstage pubblicate dal locale, in cui si vede chiaramente che Netanyahu non è deceduto, sono state bollate come un’impostura.
Ad alimentare i sospetti ci si è messo Grok (il chatbot IA di X) che ad alcuni utenti ha risposto che il video era generato con l’intelligenza artificiale, inventandosi inesistenti “incongruenze nelle luci e sulle mani”.
La slopaganda di Teheran
La notizia fortemente esagerata della morte di Netanyahu è il caso più eclatante di disinformazione bellica sul conflitto in Iran, ma non è di certo l’unico.
Come ha scritto il New York Times, le prime settimane sono state contrassegnate da “un’ondata di video e immagini falsi” che hanno aggiunto “un ulteriore livello di caos e confusione”.
I contenuti generati con l’IA hanno toccato praticamente ogni aspetto del conflitto.
Sulla piattaforma di Elon Musk, account filoiraniani hanno pubblicato video in cui si vedevano Tel Aviv e altre città israeliane letteralmente squarciate da missili e bombe, nonché navi militari e portaerei statunitensi colpite e affondati da aerei e droni.
L’obiettivo è palese: proiettare un’immagine di potenza militare nettamente superiore rispetto a quella effettiva sul campo, attingendo dall’immaginario hollywoodiano e videoludico.
Molti di questi video e immagini generati con l’IA rappresentano il conflitto come un film d’azione degli anni Ottanta e Novanta, e pure di quelli decisamente sopra le righe.
Si vedono, annota il New York Times,
esplosioni gigantesche che producono funghi atomici, immensi boati che si propagano su città non identificate e presunti missili ipersonici che lasciano scie luminose nel cielo.
E non solo: gli stessi profili hanno pubblicato anche filmati reali ma ritoccati con l’IA per rendere le detonazioni più grandi e più devastanti, andando ulteriormente a erodere il confine tra realtà e finzione.
È la versione iraniana della slopaganda, di cui avevo parlato nella puntata #153.
Esattamente come fanno gli Stati Uniti, anche l’Iran riempie i social – e qui mi attengo alla definizione accademica del termine – di una “massa di contenuti indesiderati realizzati dall’IA e diffusi per manipolare l’opinione pubblica a fini politici”.
La slopaganda, ha spiegato la ricercatrice Valerie Wirtschafter, è a tutti gli effetti una formidabile ed efficacissima arma da impiegare sul fronte della guerra informativa.
Il regime iraniano non impiega così disinvoltamente le tattiche da troll e shitposter come fa la Casa Bianca trumpiana; piuttosto, cerca di seminare dubbi e intercettare le sacche di malcontento e sfiducia già presenti nell’opinione pubblica occidentale.
Anche se questi contenuti partono da account direttamente (o indirettamente) riconducibili alla propaganda statale iraniana, a renderli davvero virali e organici sono profili estremisti, complottisti o antisemiti occidentali.
E qui torniamo alla presunta morte di Netanyahu.
Si tratta di una falsità fatalmente destinata ad attecchire perché, anzitutto, molte persone vorrebbero veder sparire il premier israeliano dalla faccia della terra – soprattutto dopo il genocidio a Gaza.
In secondo luogo, a seguito di tutto quello che è successo negli ultimi anni, è davvero difficile fidarsi della versione ufficiale di Israele.
La propaganda israeliana, giusto per fare un esempio, ha sistematicamente utilizzato crudeli teorie del complotto come Pallywood per screditare le vittime palestinesi e creare vere e proprie realtà parallele.
Le teorie sulla morte del premier sono dunque una specie di contrappasso, nonché la riprova che il complottismo ti si ritorce contro.
Il dividendo del bugiardo
In altre parole, non è strano che la gente non creda a Netanyahu e scelga invece di credere alle più improbabili versioni alternative.
Nell’ecosistema informativo ed epistemico caotico e frammentato in cui ci troviamo, un’immagine fatta con l’IA del premier israeliano estratto dalle macerie potrebbe essere più veritiera dello stesso premier che esibisce le mani per dimostrare di essere vivo.
E qui arriviamo al cuore della questione, che va ben al di là del caso di specie: ormai esiste una vera e propria paranoia collettiva su qualsiasi contenuto che circola online.
Questa paranoia è alimentata ad arte sia dall’alto – cioè dalla propaganda statale – che dal basso, ossia da chi diffonde notizie false e teorie del complotto potenziate con l’IA a fini di lucro o per raggiungere una certa visibilità.
Questo scenario era stato prefigurato già nel 2019 dai giuristi Bobby Chesney e Danielle Citron, che in un articolo sulla California Law Review avevano coniato il concetto di Liar’s Dividend (“dividendo del bugiardo”), descrivendolo come il vantaggio che deriva dalla proliferazione della disinformazione in un ambiente social-mediatico saturo di contenuti falsi.
Un pubblico sempre più scettico, scrivevano i due, sarà predisposto “a mettere in dubbio l’autenticità di reali prove audio e video”.
E non è difficile immaginare, proseguivano Chesney e Citron,
come in futuro il concetto di “fake news” possa estendersi a quello di “deep-fake news”. Con la diffusione dei deepfake, il pubblico potrebbe avere sempre più difficoltà a credere a ciò che vede o sente, anche quando le informazioni sono reali. A sua volta, la proliferazione dei deepfake rischia di erodere quella fiducia che è necessaria al funzionamento stesso della democrazia.
Se qualsiasi video può essere un deepfake, se posso creare da zero un video con un semplice prompt o se posso alterarlo con un programma gratuito per cui non servono chissà quali competenze, allora nessun video è vero.
E i pixel compressi male, i dettagli apparentemente fuori posto e gli effetti ottici strani non sono più dei semplici glitch tecnici: sono una vera e propria questione di Stato.
Nel bel mezzo di una guerra d’aggressione contro due paesi diversi, un leader è stato praticamente costretto a eseguire una sorta di CAPTCHA per dimostrare di essere un umano e cercare di smorzare le voci sulla sua dipartita.
E la cosa significativa è che non ci è minimamente riuscito; o almeno, ci è riuscito solo in parte.
Paradossalmente, insomma, si può dire che la morte artificiale di Netanyahu è sullo stesso piano della sua vita organica e biologica.
Nell’era della slopaganda, dopotutto, non c’è così tanta differenza tra le due condizioni.
Articoli e cose notevoli che ho visto in giro
Trump sta trasformando gli Stati Uniti in una dittatura: lo dice l’osservatorio democratico V-Dem dell’università di Göteborg, uno dei più autorevoli al mondo (Martin Gelin, Guardian)
All’interno del mondo MAGA si sta consumando una feroce lotta complottista tra Candace Owens e Erika Kirk sull’eredità di Charlie Kirk, che potenzialmente è in grado di ridisegnare la destra statunitense (Andrea Zitelli, Facta)
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