Santo Breivik, Beato Tarrant

A dieci anni dalle stragi di Oslo e Utøya, una parte dell’estrema destra globale considera Breivik – e i suoi emuli – come dei "martiri" di una nuova guerra santa.

Benvenute e benvenuti alla puntata #27 di COMPLOTTI!, la newsletter sulle teorie delle complotto che ti porta dentro la tana del Bianconiglio.

In occasione del decennale delle stragi di Oslo e Utøya del 22 luglio 2011, questa puntata è interamente dedicata alla santificazione degli attentatori di estrema destra. Per un approfondimento sul neo-terrorismo bianco, rimando al mio pezzo su Valigia Blu pubblicato qualche tempo fa.

A proposito di miei pezzi a tema complottismo, segnalo che è uscito sulla rivista Istmo un’analisi di QAnon come “iperreligione”.


Sono sempre loro

Dieci anni fa, il giorno dopo le stragi di Oslo e Utøya in cui sono state uccise 77 persone, Il Giornale sparava in prima pagina questo titolo: “SONO SEMPRE LORO / CI ATTACCANO”.

Per “loro”, chiaramende, si intendevano i musulmani. E non gli estremisti di destra alla Anders Behring Breivik, che ha compiuto quel massacro proprio perché voleva sterminare i musulmani e i “traditori” della razza bianca – rifacendosi al mito di “Eurabia” o alla teoria del complotto del “marxismo culturale

Fin da subito era pertanto inconcepibile che un trentenne bianco, biondo e cristiano potesse compiere un atto così efferato. E fin da subito si è fatto di tutto per rimuovere, minimizzare o addirittura giustificare quello che era accaduto.

Eppure, è successo davvero. Come ha detto Lisbeth Kristine Royneland, che ha perso una figlia nell’attentato, “dobbiamo riconoscere che è successo” e che l’attentatore ha portato alle estreme conseguenze alcune idee che già circolavano in un preciso ambiente politico-culturale.

E soprattutto, bisogna riconoscere che è successo altre volte.

Se da un lato Breivik è stato ripudiato da una parte dell’estrema destra (inclusa quella che più l’ha influenzato, ossia il movimento islamofobo della “contro-jihad”), dall’altro ha ispirato altri terroristi bianchi – sia attraverso la sua azione omicida, che con il suo manifesto di oltre 1500 pagine.

La lista degli emuli è tristemente lunga. Nel maggio del 2014 Elliot Rodger ha ucciso sei persone a Isla Vista, in California; qualche ora prima della strage il 22enne, che si autodefiniva incel (involutary celibate, celibe involontario), aveva caricato un video su YouTube e messo online un manifesto di 140 pagine.

L’anno dopo, il 21enne Dylann Roof ha ucciso nove persone nella chiesa episcopale nera “Madre Emanuel” di Charleston. Anche lui aveva pubblicato sul suo sito un manifesto – poi rilanciato sulle imageboard anonime 4chan e 8chan – dove spiegava di voler innescare una “guerra razziale”.

Nel 2017, il luogotenente della guardia costiera statunitense Christopher Paul Hasson aveva iniziato ad accumulare armi, munizioni e steroidi ricalcando il manifesto di Breivik. Il suo obiettivo era quello di uccidere “quante più persone possibili” e fondare un etno-stato bianco. L’attentato è stato sventato nel febbraio del 2019 dalle forze dell’ordine, che hanno parlato di “un piano per uccidere civili innocenti di una portata raramente vista in questo paese”.

Nell’ottobre del 2018, l’estremista 46enne Robert Bowers è entrato nella sinagoga “Tree of Life” di Pittsburgh armato di fucile AR-15 e due pistole. Ha urlato “tutti gli ebrei devono morire” e ucciso undici persone. Poco prima aveva scritto su Gab di non poter “stare con le mani in mano mentre la nostra gente viene massacrata”.

Nel marzo del 2019, il 29enne Brenton Tarrant ha sterminato 51 persone in un doppio attacco alla mosche Al Noor e al centro islamico di Linwood a Christchurch (Nuova Zelanda). Anche lui ha lasciato dietro di sé un manifesto – pubblicato su 8chan, intitolato The Great Replacement (“La grande sostituzione”) e pieno di shitposting e meme – in cui scrive esplicitamente che “la mia vera ispirazione è il Gran Cavaliere Giustiziere Breivik”. L’uomo ha falsamente scritto di essere stato in contatto con lui e di aver ottenuto la sua “benedizione”.

Come Breivik, insomma, anche Tarrant pensava di essere un “crociato” in prima linea nella nuova guerra santa. E come Breivik, anche Tarrant è assurto al rango di “martire” dell’estrema destra online e globale.


Santi e guerrieri

Il concetto di “martirio” ha sempre avuto un ruolo di primaria importanza nei gruppi estremisti, anche di diversa matrice politica.

Secondo il professore Ari Ben Am e il ricercatore Gabriel Weimann, autori del paper Fabricated Martyrs: The Warrior-Saint Icons of Far-Right Terrorism, il “martirio”

fornisce un incentivo ideologico, religioso e talvolta materiale a unirsi a una determinata organizzazione. Essere pronti a morire per propagare le proprie idee è fondamentale per quei gruppi che spesso non hanno altri mezzi per spingere i propri membri ad agire pubblicamente.

Anche l’estrema destra contemporanea ha riposto grande attenzione sul martirio, che del resto ha accompagnato la sua trasformazione organizzativa – da partiti e movimenti strutturati ad una struttura più decentralizzata e “senza leader” che sforna continuamente “martiri”, i quali servono a loro volta ad ispirare “attacchi solitari” che sfuggono ai radar delle forze dell’ordine.

Nel gergo estremista, infatti, decidere di “diventare un santo” vuol dire essere pronti a commettere una strage. E chi lo fa, per l’appunto, diventa il protagonista di un processo di “canonizzazione” su Internet.

Nel subreddit r/incels, almeno prima che venisse cancellato da Reddit, Elliot Rodger chiamato “santo patrono”. In certi forum e imageboard, ancora adesso il terrorista norvegese è chiamato “Santo Breivik” e lodato per il suo “alto punteggio” (“high score”), ovvero il numero delle vittime delle sue stragi.

In questo senso, scrivono Ben Am e Weimann, la beatificazione è una forma di “giustificazione morale per l’estrema destra simile a quella del primo cristianesimo: il ‘martire’ o il ‘santo’ è qualcuno che viene disprezzato in vita, ma poi è venerato”.

In un’immagine, realizzata a mo’ di santino, si vede il volto dell’estremista circondato da un’aureola; in un’altra illustrazione, risalente all’ottobre del 2011, Breivik indossa un’armatura da cavaliere mentre “difende” le coste europee crivellando gli “invasori” – bambini e adolescenti di varie etnie – con un mitra.

Un discorso analogo va fatto per Robert Bowers, elogiato sui forum e sulle imageboard per aver ucciso persone di religione ebraica e aver ingaggiato uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine.

I meme che lo beatificano si fissano in particolare sulla sua età. In uno Bowers è descritto come un membro della “Boomerwaffen”, un gioco di parole tra “boomer”  e “waffen” (che rimanda al gruppo neonazista accelerazionista Atomwaffen Division). In un altro invece è ritratto come un “Chad”, ossia l’archetipo del “maschio alfa” secondo il mondo “incel” e quello dell’estrema destra online.

Oltre alla dimensione celebrativa, questi meme ne hanno anche una propagandistica. Commettendo una strage, sottintendono, si può affermare la propria mascolinità anche se non si è più giovanissimi; al tempo stesso, non è mai troppo tardi per agire ed entrare nel pantheon dei “guerrieri”.  

Ma il terrorista più popolare su Internet è senza dubbio Brenton Tarrant, che è stato immediatamente glorificato attraverso un’iconografia cristiana e accelerazionista – e in alcuni casi, tramite una combinazione tra le due.

In un’immagine postata su 4chan, Tarrant è inserito in una vetrata religiosa sormontata dal Sonnenrad e dal motto delle crociate Deus Vult (Dio lo vuole).

In questa riprodotta qui sotto, l’attentatore è raffigurato come un santo che regge in mano due amuleti (uno con il Sonnenrad e l’altro con la croce celtica), il fucile con le scritte usato per la strage e il suo manifesto – un po’ come se fosse una bibbia.

Altre, postate sulle varie imageboard, ritraggono Tarrant come una sorta di Cristo militante di estrema destra: e dunque una persona che è stata perseguita in vita per le sue idee, ma che alla fine aveva ragione.

Significativamente, notano gli autori del paper, esiste persino una gerarchia interna di “beatificazione” tra stragisti. Anche se non si riesce ad arrivare al “punteggio” di un Breivik o un Tarrant, si può comunque aspirare al titolo di “discepolo Chad” – titolo assegnato, tra gli altri, all’attentatore di El Paso Patrick Crusius e a quello della sinagoga di Poway John Earnest.


Uno di noi

La canonizzazione dei terroristi di estrema destra era stata in qualche modo prefigurata dallo stesso Breivik.

Oltre a definirsi un “cavaliere templare” in moltissime pagine del suo manifesto, in una lettera rivolta a Beate Zschäpe - l’unica sopravvissuta della cellula neonazista Nationalsozialistischer Untergrund (Nsu, Clandestinità Nazionalsocialista) - ha scritto che

siamo entrambi dei martiri della rivoluzione conservatrice, e dovresti essere estremamente fiera del tuo sacrificio e dei tuoi sforzi. Sappi solo che sono celebrati nel nord Europa da decine di migliaia di conservatori.

Proprio la persistente celebrazione di Breivik e dei suoi epigoni è stato uno degli argomenti più dibattuti in occasione del decennale della strage di Utoya - nonché uno dei più problematici e inquietanti.

Dal canto loro, le vittime e il movimento giovanile del partito laburista norvegese sostengono che non si sono fatti abbastanza i conti con l’estrema destra del paese, di cui Breivik ha incarnato l’aspetto più letale.

Jens Stoltenberg, l’attuale segretario generale della Nato che all’epoca era il primo ministro della Norvegia, ha detto alla CNN che “Breivik è stato condannato ed è in prigione, ma la sua ideologia è ancora lì fuori. E dobbiamo continuare a confrontarci con essa: penso che non saremo mai in grado di dire che abbiamo vinto quella battaglia, o concluso il capitolo della lotta all’estremismo”.

Parlando con il Financial Times, infine, la giornalista norvegese Åsne Seierstad ha sottolineato che non va mai dimenticato è Brevik “era ‘uno di noi’ [che è anche il titolo del suo bellissimo libro]. A chi dai la colpa? Ovviamente a lui. Ma non è anche un po’ colpa nostra? C’è qualcosa che abbiamo fatto che ha contribuito a ispirarlo?”

A dieci anni di distanza dall’eccidio, queste domande aleggiano su Utøya e sull’Europa - e non hanno ancora trovato una risposta definitiva.


Articoli e cose notevoli che ho visto questa settimana sull’anniversario di Oslo e Utøya:

Una panoramica sull’eredità di Breivik, dentro e fuori la Norvegia (Laura Smith-Spark, CNN)

Un numero speciale sugli attentati del 22 luglio realizzato dalla rivista scientifica Perspective on Terrorism (Universeit Leiden)

Cos’ha imparato la Norvegia da quel massacro? Non quello che molti speravano e si aspettavano (Sindre Bangstad, The Guardian)


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