La vera storia falsa dietro Stranger Things
La serie Netflix appena terminata è stata l’apoteosi della fusione tra oscure teorie del complotto e cultura popolare.
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Progetto Montauk
Stranger Things è finita dopo nove anni e cinque stagioni.
Al di là di come la si pensi dell’ultima stagione e dell’episodio conclusivo, il suo impatto culturale e sociale è innegabile.
L’epopea creata dai fratelli Matt e Ross Duffer ha inaugurato l’epoca d’oro dello streaming, rendendo Netflix la potenza dell’intrattenimento globale, e ha elevato alla massima potenza la retromania sugli anni Ottanta.
L’intera serie è un entusiastico omaggio al cinema di genere di quel decennio (e pure di quello precedente), a certe pellicole di Steven Spielberg come Lo squalo, E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo, a La Cosa di John Carpenter, ad anime come Akira, alle avventure coming of age come i Goonies e Stand by Me, nonché ai romanzi e alle atmosfere horror di Stephen King.
Ma soprattutto, Stranger Things ha rappresentato l’apoteosi della fusione tra cospirazioni reali, teorie del complotto e cultura pop.
Una delle palesi ispirazioni della serie è il “Progetto MKULTRA”, che un articolo del Guardian ha descritto come “una delle più bizzarre note a margine della storia clandestina dei servizi segreti statunitensi”.
Si trattava di un programma segreto avviato dalla CIA all’inizio degli anni Cinquanta, nel pieno della Guerra Fredda, che aveva come scopo principale quello di capire come “controllare” la mente e condizionare il comportamento umano per estorcere confessioni.
Di fatto, era un programma per scoprire nuovi metodi di tortura.
Gli esperimenti illegali erano spesso condotti su cittadini inconsapevoli, ai quali venivano somministrate sostanze psicotrope (su tutte l’LSD) o inflitte sevizie quali la deprivazione sensoriale – tecniche che poi saranno riprese e affinate nel corso della Guerra al Terrore dei primi anni Duemila.
Dopo averne constatato il sostanziale fallimento, il programma venne chiuso nel 1973 e gli archivi parzialmente distrutti.
La sua esistenza venne rivelata nel 1975 da una commissione parlamentare d’inchiesta, e da allora l’idea che i servizi segreti siano in grado di fare il lavaggio del cervello alle persone è penetrata a fondo nella coscienza collettiva e nella cultura pop – basti pensare a film come The Manchurian Candidate o L’uomo che fissa le capre, tutta la saga di Jason Bourne o serie tv come X-Files.
L’ispirazione principale dei fratelli Duffer è però un’altra, ancora più bizzarra e meno conosciuta di MKULTRA: il cosiddetto “Progetto Montauk”.
In origine, Stranger Things doveva chiamarsi Montauk ed essere ambientata nell’omonima cittadina costiera situata all’estrema punta orientale di Long Island, nello Stato di New York. Lì si trova una base aeronautica dismessa conosciuta come Camp Hero, da tempo oggetto di svariate teorie del complotto.
I Duffer avevano elaborato un pitch sotto forma di libretto di 23 pagine, con una copertina modellata sullo stile di quelle di Stephen King, e un finto trailer assemblato con spezzoni di oltre venti film e accompagnato una colonna sonora synthwave.
La serie sarebbe stata antologica, ossia composta da una singola stagione di otto puntate; si sarebbe svolta nel 1980; e sarebbe stata basata – per l’appunto – sulle teorie intorno alla base.
Alla fine, come sappiamo, Netflix ha fatto cambiare il titolo, la struttura e l’ambientazione, che poi è diventata la cittadina di Hawkins (che nella realtà non esiste) in Indiana, nel Midwest.
Nonostante ciò, tracce di Montauk sono rimaste nel DNA di Stranger Things – specialmente nelle prime due stagioni – e nell’episodio finale la cittadina viene citata da Hopper durante la cena romantica con Joyce.
Alieni, nazisti e Demogorgoni
Ma cos’è questo “Progetto Montauk”? Cosa sostiene la teoria? E da dove nasce?
Cominciamo col dire l’ovvio: non esiste, né è mai esistito, alcun “progetto Montauk”.
È piuttosto un’invenzione di due persone, Preston B. Nichols e Peter Moon, che in una serie di libri hanno fatto un mischione complottista in cui è confluito MKULTRA, presunte cospirazioni governative, telecinesi, viaggi nel tempo, dimensioni alternative, mostri, alieni e – immancabilmente – i buoni vecchi nazisti.
Il primo capitolo della saga è stato pubblicato nel 1992 e si intitola The Montauk Project: Experiments in Time.
È un testo molto particolare, che fin dall’introduzione mette subito le mani avanti: quello che state per leggere non è né vero, né falso.
Alcuni dei dati che leggerete in questo libro possono essere considerati “fatti deboli”. I fatti deboli non sono falsi, semplicemente non sono supportati da una documentazione inconfutabile. […] Questo libro viene presentato come saggio di non-fiction, poiché – per quanto ne sanno gli autori – non contiene affermazioni false. Tuttavia può anche essere letto come pura fantascienza, se il lettore lo preferisce.
The Montauk Project, insomma, è un libro che anticipa di oltre due decenni i “fatti alternativi” dell’epoca trumpiana.
Non a caso, il libro prende spunto da una leggenda metropolitana: quella sul cacciatorpediniere della marina statunitense USS Eldridge, che sarebbe stato teletrasportato nel 1943 nell’ambito del cosiddetto “Esperimento di Filadelfia” (citato anch’esso in Stranger Things).
Il “Progetto Montauk” altro non sarebbe che il proseguimento di quell’esperimento. A sostenerlo con forza è Nichols in qualità di ingegnere radiofonico, esperto in parapsicologia e (sedicente) partecipante al programma segreto di Camp Hero.
Stando al suo racconto, la base di Montauk è il luogo in cui per decenni sono stati condotti vari esperimenti su controllo della mente, telepatia, telecinesi, viaggi nel tempo, alterazione del clima ed esplorazione di universi paralleli.
Vista la natura estremamente riservata dell’esperimento, l’esercito e i servizi statunitensi hanno ricevuto i fondi necessari per mantenerlo vivo dai nazisti (quelli sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale) e sono stati coadiuvati nelle loro ricerche dai “Siriani” – che non sono i cittadini della Siria, ma degli alieni provenienti dal sistema stellare di Sirio.
Le cavie di questi esperimenti, proseguono Nichols e Moon, erano soprattutto bambini rapiti dai militari o trascinati con l’inganno nella base, un po’ come la protagonista Undici nella serie dei fratelli Duffer.
Uno di questi bambini, raccontano gli autori, ha aperto un portale interdimensionale durante una seduta di telecinesi, evocando “un grosso mostro peloso, affamato, orrendo” e alto quasi tre metri – un proto-Demorgogone, insomma.
La suddetta creatura si è poi messa a uccidere tutti i presenti e a distruggere la base, portando alla sua chiusura e all’insabbiamento del programma segreto, esattamente come succede all’inizio di Stranger Things.
Per quanto non ci sia nulla di vero, la storia di The Mountak Project è senza alcun dubbio affascinante e ben costruita. È infatti un pastiche di varie teorie del complotto, voci di paese, suggestioni ufologiche, fantascienza e racconti pulp.
Del resto, come ha scritto Mark Fenster in Conspiracy Theories: Secrecy and Power in American Culture, “al centro di ogni teoria del complotto c’è una storia avvincente e spettacolare”.
Il vero successo del libro non deriva tanto dalla sua qualità, quanto piuttosto dal fatto di essere uscito al momento giusto: ossia all’inizio degli anni Novanta, quando il complottismo si è spostato dai margini al centro della politica e della cultura pop statunitense – e non solo.
Il carburante della cultura pop
È proprio in quel decennio, ricorda Michael Barkun nel saggio A Culture of Conspiracy, che “il confine tra il sapere stigmatizzato [delle teorie del complotto] e il sapere mainstream diventa sempre più poroso e permeabile”.
Se fino a non troppo tempo prima certi temi e certe teorie erano confinate in precise nicchie sottoculturali, nei Novanta sono i network televisivi e l’industria cinematografica a ripescarle e diffonderle presso il grande pubblico.
Gli esempi in tal senso si sprecano - si va dal già citato X-Files a film come JFK di Oliver Stone o Ipotesi di complotto.
Questi titoli, argomenta Gordon B. Arnold in Conspiracy Theories in Film, Television, and Politics, sono a loro volta il frutto di un’evoluzione decennale nella cultura pop statunitense articolata in almeno tre fasi.
La prima risale al Dopoguerra ed è segnata dalla paranoia nei confronti di una minaccia esterna (l’Unione Sovietica) e dall’ansia per la prospettiva dell’annientamento nucleare.
Nella seconda fase, che grosso modo parte con l’omicidio di JFK e finisce dopo lo scandalo del Watergate, la paranoia lascia spazio al cinismo: la minaccia non è più esterna, ma interna.
Il nemico non viene più da fuori: è nascosto e annidato dentro il paese, e dunque ancora più pericoloso.
Nella terza fase - quella che parte negli anni Ottanta e arriva fino ai giorni nostri - al cinismo si affianca una sfiducia radicale nei confronti delle istituzioni, costantemente rappresentate come inaffidabili, inefficaci, corrotte e impegnate a coprire le proprie malefatte.
In tutti questi decenni, scrive Arnold,
un’ondata di film e produzioni televisive – alcune basate su fatti storici e congetture, altre apertamente fantasiose – ha adottato variazioni sul tema dei complotti che plasmano i maggiori eventi, ne occultano altri e, più in generale, determinano gran parte del corso della vita moderna, sempre e comunque a svantaggio del cittadino comune.
In altre parole, le teorie del complotto sono progressivamente diventate il carburante della cultura pop contemporanea.
Il “Progetto Montauk”, ha sottolineato la blogger Sabrina Jorgenson in un post su Medium, è davvero la dimostrazione di come alcune teorie inventate possano avere effetti reali, trasfigurando in una sorta di fantascienza dal basso e prosperando
non perché sono dimostrate, ma perché sono immaginabili. [Le teorie del complotto] vivono negli interstizi della segretezza governativa, dove l’incertezza si sedimenta, e acquistano forza in quei vuoti. E quando si trasferiscono nel mondo dell’arte, è come se avessero una seconda vita.
A prescindere dalla sua veridicità, la storia di bambini dotati di poteri psichici e portali interdimensionali ha creato un terreno molto fertile per continue appropriazione e reinvenzioni.
Ed è proprio da quel terreno – dissodato da un libro complottista degli anni Novanta – che è germogliato uno dei prodotti più iconici, discussi e amati dell’intrattenimento moderno.
Articoli e cose notevoli che ho visto in giro
Le vaccinazioni pediatriche sono in calo in buona parte degli Stati Uniti, una tendenza preoccupante alimentata dalla disinformazione antivaccinista e dal segretario alla salute Robert Kennedy Jr. (Lauren Weber, Caitlin Gilbert, Dylan Moriarty e Joshua Lott, Washington Post)
Trump ha smentito di avere problemi di salute legati alla sua età con un’intervista che non farà altro che alimentare sospetti e speculazioni (Annie Linskey, Josh Dawsey e Meridith McGraw, Wall Street Journal)
Nonostante le promesse dell’amministrazione Trump sul rilascio dei documenti su Epstein, finora è uscito davvero poco – e questo non fa altro che alimentare ulteriori teorie sul caso (Stephen Fowler, NPR)
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Il film The Manchiurian Candidate e' del 1962 [quello del 2004 e' un remake] quindi 13 anni prima della "rivelazione" del progetto MKULTRA (1975).