La lunga, contorta e strana storia del teschio del Punitore

Come il logo del personaggio Marvel è diventato un feticcio per militari, poliziotti, estremisti e complottisti.

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L’intersezione tra cultura pop, complottismo ed estremismo non è un’assoluta novità, ma nell’era di Internet ha assunto dimensioni davvero rilevanti. Ogni gruppo ha bisogno della sua iconografia per rendersi riconoscibile; e sempre più spesso, personaggi e simboli dell’universo fumettistico o cinematografico fanno giri pazzeschi.

Partendo dall’attualità, nella puntata di oggi mi soffermo sull’incredibile percorso che hanno fatto Frank Castle (cioè Il Punitore) e il suo logo, dai primi fumetti Marvel fino all’assalto al Campidoglio. 


Il Punitore contro i palestinesi

Il conflitto israeliano-palestinese si è riacutizzato nelle ultime settimane, ma c’è un aspetto in particolare ha destato la preoccupazione di tanti osservatori interni ed esterni: la violenza di strada nelle città israeliane. Una violenza che ha raggiunto un’intensità che non si vedeva da anni, e che mostra drammaticamente a che punto sia arrivato livello di radicalizzazione dentro Israele.

Milizie di coloni ed estremisti di destra israeliani, coordinandosi anche su WhatsApp, hanno attaccato indiscriminatamente cittadini di origine palestinese in quartieri di Tel Aviv o in città come Lod e Jaffa; in quest’ultima, il 14 maggio del 2021, un cellulare ha ripreso un episodio a dir poco strano.

Il video mostra infatti un gruppo di uomini e una donna a volto scoperto, disposti in una fila orizzontale. Indossano tutti dei giubbotti antiproiettili; qualcuno ha granate appese alla cintura o ai ganci dei giubbetti, altri hanno caschi e manganelli. Nessuno però indossa una divisa o ha un distintivo.

Nella clip si sente la voce di una donna, che si avvicina allo squadrone e fa una serie di domande: “Siete della polizia o cosa? Perché non avete tesserini e nomi? Perché mi ignorate? Chi siete? Dove sono i vostri nomi? Chi siete? Chi siete? Chi siete? Guardateli in faccia, uno ad uno. Identificatevi!”

Sui social, in molti hanno cercato di capire chi fossero effettivamente queste persone. Il giornalista Ahmed Eldin ha scritto su Instagram che non sono né soldati né poliziotti israeliani, ma “coloni pesantemente armati che aiutano l’esercito a picchiare e uccidere cittadini palestinesi che protestano contro la guerra e l’occupazione”. E la circostanza sarebbe anche plausibile, dato che la collusione tra polizia e coloni è già stata documentata a Lod e nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme.

Per il giornalista israeliano Niv Lilien, invece, si tratta di agenti in borghese che fanno parte di una sezione speciale della polizia di Jaffa – una notizia confermata anche dalla reporter di Haaretz Noa Landau.

Al di là della confusione sull’identità di questa unità, c’è un altro dettaglio del video che ha catturato l’attenzione di giornalisti e osservatori: una toppa attaccata al giubbetto di uno degli uomini ripresi, dove campeggiano la stella di David e il teschio di The Punisher (Il Punitore) – il protagonista della serie omonima di fumetti inventato da Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr.

Ma com’è possibile che lo stemma del Punitore sia partito dal numero 129 di The Amazing Spider-Man, uscito nel lontano 1974, per finire in mezzo agli scontri a Jaffa nel 2021? Che giri ha fatto? E perché è successo proprio al Punitore? Per provare a capirlo, tocca tornare indietro e spostarsi in Iraq. 


Dalla guerra in Iraq a “Blue Lives Matter”

Il Punitore racconta la storia di Frank Castle, un ex veterano della guerra in Vietnam che diventa un vigilante anti-crimine per vendicare la sua famiglia uccisa dalla mafia. A differenza di altri personaggi della Marvel, il personaggio non si fa scrupoli ad usare la violenza e le armi da fuoco; è inoltre moralmente ambiguo, nonché a tutti gli effetti l’antesignano di una serie di antieroi complessi e controversi.

Gerry Conway ha ricordato in un’intervista a Newsweek che il Punitore è il prodotto dello zeitgeist statunitense dell’epoca: il paese stava cercando di mettersi alle spalle la catastrofe del Vietnam, i tassi di criminalità urbana stavano schizzando alle stelle e la fiducia nelle istituzioni – specialmente dopo lo scandalo del Watergate – era in picchiata.

“C’era la diffusa sensazione che la società fosse fuori controllo e le istituzioni stessero fallendo su tutti i fronti,” ha spiegato, nonché un diffuso desiderio di giustizia fai-da-te – esemplificato, tra le varie cose, dal grande successo dei film dell’ispettore Harry Callaghan.

Per molti anni il Punitore rimarrà un personaggio minore dell’universo Marvel; il primo picco di popolarità si registra tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta. Nel 1989 arriva la prima trasposizione cinematografica: il film, che si chiama Il vendicatore ed è interpretato da Dolph Lundgren, è però un flop clamoroso.

Andrà molto meglio nel 2004 con The Punisher, diretto da Jonathan Hensleigh, con l’attore Thomas Jane nei panni di Frank Castle. Nello stesso periodo, l’accresciuta popolarità del Punitore (e del suo logo) si traduce nel suo definitivo ingresso nel mondo reale; più precisamente, tra le forze speciali americane impegnate nell’invasione dell’Iraq.  

Nella sua autobiografia American Sniper (poi adattata sul grande schermo da Clint Eastwood), il cecchino dei Navy SEAL Chris Kyle scrive che

Ci facevamo chiamare ‘I punitori’. Il nostro tipo delle comunicazioni lo suggerì prima del dispiegamento. Pensavamo tutti che il Punitore fosse davvero figo. Raddrizzava i torti. Uccideva i cattivi. I malviventi lo temevano. […] Così adattammo il suo simbolo – un teschio – e lo rendemmo nostro, con qualche modifica. Lo disegnavamo su Hummer, corazze, elmetti e tutti i nostri fucili. E lo disegnavamo su tutti gli edifici e muri su cui potevamo.

Oltre a quelli americani, il teschio del Punitore è stato usato da soldati dell’esercito britannico (che nel 2019 hanno bandito l’uso del logo), australiano e perfino iracheno.

Per Conway, l’appropriazione militare del logo è per certi versi comprensibile. Frank Castle è pur sempre un ex marine che soffre di disturbo da stress post-traumatico, “si porta dietro un certo codice militare”, è “molto concentrato sui propri obiettivi” e vede il mondo in bianco e nero.

Allo stesso tempo, il creatore ritiene che la passione dei soldati per il suo personaggio sia piuttosto inquietante: “Non penso che [Kyle e gli altri militari] abbiano afferrato il punto, ossia che il Punitore non è un uomo da ammirare né tanto meno da emulare”.

Parallelamente ai soldati, anche i poliziotti hanno iniziato a rifarsi all’iconografia del Punitore. Nel 2004, ad esempio, degli agenti di Milwaukee avevano formato un gruppo che faceva ronde illegali e si chiamava “I Punitori”. Il logo in chiave pro-polizia è poi esploso intorno al 2013, contestualmente alla nascita del movimento Blue Lives Matter (contrapposto a Black Lives Matter) e la campagna Thin Blue Line (“la sottile linea blu”). Alcuni dipartimenti hanno messo il teschio del Punitore sul cofano e le fiancate delle volanti, sollevando non poche polemiche – incluse quelle di Conway.

“L’idea che la polizia, anche non ufficialmente, si ispiri a questo personaggio mi è sempre sembrata fuori luogo, per non dire sconvolgente,” ha detto il fumettista al sito Syfy Wire. “Il Punitore incarna il fallimento del sistema giudiziario e il collasso della società, e quando dei poliziotti usano il suo logo si stanno schierando con il nemico. […] Il Punitore comunque rimane un criminale. E la polizia non dovrebbe prendere a modello un criminale”.

A un certo punto, la questione è stata affrontata direttamente nel fumetto. Nel numero 13 della serie The Punisher, uscito nel luglio del 2019, Frank Castle incontra dei poliziotti che gli dicono “crediamo in te” e mostrano l’adesivo del suo teschio sulla loro volante. Il Punitore lo stacca e lo fa a pezzi, spiegando che “non siamo uguali. Avete fatto un giuramento per far rispettare la legge e aiutare le persone. Io non lo faccio più da un bel pezzo. Voi non fate quello che faccio io. Nessuno lo fa”.

Per sottrarre il suo personaggio alle strumentalizzazioni delle forze dell’ordine e dei loro sostenitori più esagitati, Jerry Conway ha anche provato ad associare il Punitore a Black Lives Matter sostenendo che “il teschio dovrebbe diventare un simbolo per le persone che sono escluse dal sistema giudiziario”.

Ma il tentativo è andato abbastanza a vuoto. Anche perché nel frattempo il logo ha cambiato un’altra volta di segno, venendo adottato – con molto più successo – da altre categorie decisamente problematiche: suprematisti bianchi, estremisti di destra, sostenitori di Donald Trump e complottisti.


Charlottesville, Trump Punitore e l’assalto al Campidoglio

Una dei primi utilizzi politicamente connotati del logo si è verificato alla manifestazione “Unite the Right” a Charlottesville, nell’agosto del 2017: un militante di estrema destra aveva infatti disegnato il teschio su uno scudo nero.

Di fronte a quell’immagine, ancora una volta Conway si è sentito in dovere di intervenire. “I neonazisti sono esseri riprovevoli”, ha detto, “e finirebbero di sicuro nel mirino di Frank Castle. L’adozione del logo da parte loro è un tragico malinteso, un’appropriazione indebita e un palese travisamento della realtà. Non hanno la minima idea di quello che fanno e dicono”.

Nonostante ciò, il teschio è finito tra i simboli della milizia di estrema destra dei Three Percenters e nel merchandising di altri gruppi estremisti. Tant’è che su Internet si possono trovare meme, toppe e adesivi di qualsiasi tipo – compresa una versione del teschio con i capelli di Donald Trump.

A tal proposito, anche i fan dell’ex presidente hanno mostrato di apprezzare il logo: nel maggio del 2020, il conduttore di Fox News Sean Hannity si è presentato con una spilla del Punitore attaccata sul bavero della giacca.

Pure i seguaci del movimento complottista di QAnon l’hanno fatto proprio. In un volantino distribuito nel corso di una manifestazione a Tampa, il teschio di Frank Castle figura sotto il motto “WWG1WGA” – “Dove va uno, andiamo tutti”. E persino Q, l’utente anonimo da cui è partita la teoria del complotto, ha postato il logo in uno dei suoi “drop” (i messaggi criptici postati sulle imageboard 4chan, 8chan e 8kun).

L’apparizione più scioccante, senza alcun dubbio, c’è stata durante l’assalto al Congresso statunitense. Il teschio del Punitore era in alcune bandiere fuori dall’edificio e soprattutto sul giubbotto antiproiettile di Eric Munchel, il manifestante fotografato con un fascio di manette di plastica all’interno dell’aula del Senato.

Per alcuni commentatori, dopo i fatti del 6 gennaio 2021 il personaggio di Frank Castle è ormai corrotto e irrecuperabile; la Marvel dovrebbe pensare seriamente di metterlo in pausa, o addirittura di ritirarlo.

Altri sostengono che Frank Castle dovrebbe fare la fine di Pepe the Frog (Pepe la rana) – un altro personaggio dei fumetti che senza volerlo è diventato un simbolo d’odio, per poi essere “ucciso” dal suo creatore Matt Furie.

Di sicuro c’è una certa analogia tra il destino del Punitore e quello di Pepe. Secondo la professoressa Janet Abbate, autrice del saggio Inventing the Internet, i social media “spingono le persone a collegare le idee alle immagini, rendendo poi agevole la circolazione di questi pacchetti semiotici”; di contro, però, le immagini “si staccano progressivamente dal loro significato originario”.

E anche per Gerry Conway, dopotutto, il Punitore “potrebbe fare un passo indietro, almeno per qualche momento. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato nel personaggio; il vero problema sta nella società in cui ci troviamo adesso”.  


Articoli e cose notevoli che ho visto questa settimana:

Alcuni utenti di TikTok sono convinti che le persone vaccinate contro il Covid-19 moriranno presto, e che loro invece saranno gli “unici sopravvissuti” (Anna Merlan, VICE)

La polizia belga da giorni sta dando la caccia ad un soldato di estrema destra, che ha rubato armi dalla sua caserma e si messo a minacciare politici e virologi (BBC News)

Oltre al Twitter e al Facebook paralleli, l’ecosistema social-mediatico dell’estrema destra può contare pure sulla versione neonazista di Spotify (Anders Anglesey, Newsweek)


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