QAnon non aveva ragione
Dopo la pubblicazione degli Epstein Files, in molti hanno detto che i complottisti avevano ragione sul caso del finanziere pedofilo. Ecco perché non è così.
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Complotti è anche un podcast mensile per Internazionale. La seconda puntata è uscita il 25 febbraio: si trova sul sito e sulla app di Internazionale, e ovviamente su tutte le principali piattaforme di ascolto.
Normalizzazione complottista
Kamerron Rowe è un creator statunitense seguito da oltre un milione di persone su Instagram. Fa un’unica tipologia di contenuti: prepara delle pietanze sull’isola centrale della sua cucina, mentre sopra di lui compaiono immagini e scritte.
Rowe non è un giornalista né un divulgatore: è piuttosto quello che Serena Mazzini, autrice del saggio Il lato oscuro dei social network, chiama un “faccettista”.
È una creatura dell’algoritmo, per intenderci: uno che reagisce al trend del momento “facendo le facce”, per l’appunto, e non lo molla finché non l’ha spolpato fino all’osso.
Dall’inizio di febbraio Rowe ha trovato la sua miniera d’oro del content negli Epstein Files, raggiungendo numeri da capogiro. In poche settimane ha guadagnato oltre 500mila follower, e con un singolo video ha totalizzato quarantadue (sì: quarantadue) milioni di visualizzazioni e oltre un milione di like.
Il particolare significativo – e disturbante al tempo stesso – è che questi video rilanciano dettagli morbosi ma non verificati, prendono per vere delle notizie false, e amplificano teorie del complotto di ogni tipo.
Il profilo di Rowe, insomma, è un catalogo della disinformazione sul caso.
Tra le varie cose, il creator sostiene che Epstein e sodali mangiavano gli intestini dei bambini; che hanno ucciso una bambina dopo averla travestita da Gesù Cristo; che toglievano i denti alle vittime minorenni affinché queste non potessero mordere; che Michael Jackson proteggeva le vittime di Epstein nascondendole nella sua tenuta di Neverland; che la principessa Diana è stata fatta fuori perché ha assistito a rituali satanici a cui avrebbe partecipato l’ex principe Andrea; che l’ex compagna e complice Ghislaine Maxwell è libera e si trova in Canada; che Madeleine McCann sarebbe stata rapita da Epstein e imprecisate “élite”; e così via.
Esatto: ce n’è per tutti e per tutti i gusti.
Rowe è il perfetto esempio di quella che Jacopo Di Miceli, nella sua newsletter Osservatorio sul complottismo, ha definito “normalizzazione complottista”:
più una rivelazione suona incredibile, più si diventa virali sui social e più si riceve una gratificazione morale, in un’escalation senza fine dove lo scopo non è la verità, ma la sua messinscena.
Questa normalizzazione, continua Di Miceli, “apre la porta a un’ulteriore radicalizzazione: una volta che certe teorie vengono sdoganate, anche altre, ancora più estreme, assumono plausibilità”.
Se inizio a credere che Epstein mangiasse gli intestini dei bambini, allora l’esistenza di sacrifici umani negli scantinati delle pizzerie di Washington D. C. – il nocciolo narrativo del Pizzagate – è assolutamente plausibile.
Così come è assolutamente credibile l’ipotesi del movimento complottista di QAnon secondo cui gli Stati Uniti (e più in generale il mondo intero) sarebbero controllati da pedofili satanisti che succhiano l’adrenocromo dai bambini.
È proprio questa lettura sovreccitata, voyeuristica e confusionaria degli Epstein Files ad aver dato una sorta di legittimità retroattiva alle speculazioni infondate di Q e degli influencer qanonisti.
Di fronte a quella mole di materiale, è del tutto naturale sentirsi sopraffatti e prendere delle scorciatoie cognitive che portano alla convinzione che “i complottisti avevano ragione”.
Un post virale su Facebook della cantante Fiorella Mannoia illustra fin troppo bene questo meccanismo:
E dire che c’erano persone che lo dicevano, che parlavano di riti con sacrifici di bambini, di circoli segreti e segrete organizzazioni, chi parlava di satanismo, chi di logge massoniche...avevo letto di queste cose, di bambine che sparivano, di abusi sessuali e torture, ma non potevo, meglio non volevo, crederle possibili, pensavo che fossero quelle che noi banalmente (e evidentemente erroneamente) chiamiamo “teorie del complotto”.
Ecco: c’era chi sapeva tutto, ma noi li abbiamo trattati da pazzi; e invece, guarda un po’, ci avevano beccato in pieno.
La comoda mostrificazione di Jeffrey Epstein
Solo che, in realtà, non ci avevano beccato un bel nulla.
Come avevo scritto nella puntata #148, sia il Pizzagate che QAnon avevano inglobato il caso Epstein all’interno dell’abuso rituale satanico, una velenosa leggenda metropolitana che circola nell’immaginario collettivo della destra religiosa statunitense già dagli anni Ottanta.
La novità era rappresentata dallo spin politico: ad abusare i bambini erano soltanto politici democratici e celebrità liberal che Donald Trump avrebbe arrestato con la famigerata “tempesta”, riportando finalmente il paese all’antico splendore perduto.
Nella versione qanonista della storia si ometteva convenientemente l’amicizia di lunga data tra Trump ed Epstein, nonché il fatto che Trump non avesse mai denunciato Epstein nonostante fosse a conoscenza di quello che faceva.
Anzi: in una spericolata inversione di senso, la comprovata relazione tra i due si trasformava in un’operazione sotto copertura dell’FBI a cui Trump avrebbe partecipato come informatore-infiltrato.
Né tantomeno si faceva menzione dell’orientamento ideologico di Epstein, che era apertamente razzista, suprematista e sovranista – proprio come molti seguaci di QAnon o di chi credeva al Pizzagate.
E si sorvolava pure sulle estese frequentazioni con i repubblicani, con esponenti di punta del mondo MAGA come Steve Bannon (su cui tornerò dopo) e con i tecno-oligarchi che ora appoggiano la seconda amministrazione Trump.
In altre parole: gli Epstein Files non danno ragione a QAnon. Tant’è che il movimento stesso li ha accolti con estrema freddezza.
Tuttavia, come sottolinea Wu Ming 1 in un articolo su Internazionale, i documenti mostrano i “nuclei di verità” che stanno dietro a QAnon:
Ogni fantasia di complotto ha nuclei di verità, altrimenti non potrebbe diffondersi. Le persone che la incontrano devono riconoscere qualcosa che già percepiscono e che le inquieta. Al tempo stesso le fantasie di complotto sono diversive, allontanano dai nuclei di verità.
Questa diversione avviene anche e soprattutto attraverso il processo di mostrificazione di Epstein, ben esemplificata dai reel di Rowe da cui sono partito.
Una persona dedita al cannibalismo e all’abuso rituale satanico, ha puntualizzato Giulia Paganelli nella sua newsletter Bolena, non può che essere considerata “un’anomalia” o un “mostruoso evento eccezionale che interrompe la linearità del progresso civile”.
Le teorie del complotto su Epstein servono proprio a “cristallizzare l’orrore”, dargli una dimensione metafisica o parareligiosa, e rendere impossibile – o inutile – l’analisi dell’architettura dell’abuso patriarcale, che è la vera architrave su cui poggiava il potere del finanziere.
L’intera saga di Epstein, annota Paganelli, “non è l’eccezione, ma il punto di massima efficienza tecnologica di una linea di montaggio storica che non ha mai smesso di operare”.
Lo stesso finanziere, dopotutto, era un “raffinato fornitore di servizi logistici che ha industrializzato l’accesso all’illecito condiviso”. E questo illecito condiviso
crea una fratria criminale basata sulla mutua vulnerabilità. Se tutti siamo coinvolti nel medesimo atto innominabile, nessuno può tradire l’altro. Il corpo della bambina viene letteralmente consumato per produrre omertà sistemica. In questa economia, il valore della moneta-corpo risiede nella sua capacità di generare ricatto e protezione reciproca.
Se Epstein è però un demone, tutto questo passa in secondo o terzo piano.
Se siamo alle prese con un male ontologico e assoluto, allora non c’è bisogno di indagare sulla rete di protezione politica e sociale di cui ha goduto, sulla compiacenza delle banche e del mondo finanziario, o sulla corruzione in atti giudiziari che gli ha permesso di tornare a gestire la sua fabbrica dell’abuso dei corpi femminili.
Basta impalare il mostro che, proprio come il capro espiatorio girardiano, è “un parafulmine” che “attira su di sé tutta la tensione morale per impedire che l’analisi risalga l’intera filiera produttiva”.
E questa, chiosa Paganelli, è l’ultima menzogna del potere: “farci credere che il male abusante sia un’eccezione prodigiosa, quando invece è la norma operativa del sistema”.
Riscrivere la realtà
QAnon non ha mai avuto ragione anche per un altro motivo: la definitiva caduta di Epstein non è stata causata dai messaggi criptici di Q su 4chan o 8chan – posti, tra l’altro, pieni di materiale pedopornografico – o dalle elucubrazioni dei suoi seguaci, ma dal cambiamento culturale innescato dal MeToo e dall’inchiesta giornalistica di Julie K. Brown del Miami Herald.
Dai documenti emerge chiaramente come, dopo la pubblicazione degli articoli nel 2018 che hanno portato all’arresto l’anno successivo, Epstein abbia cercato di ripulire la sua immagine in tutti i modi.
Secondo un recente pezzo del Miami Herald, il finanziere aveva creato una specie di gruppo ristretto di consulenti bipartisan.
Tra questi spiccavano Kathyrn Ruemmler, l’ex consigliera giuridica della Casa Bianca di Obama; l’ex avvocato generale degli Stati Uniti Ken Starr; il giornalista Micheal Wolff; l’intellettuale Noam Chomsky; e l’ideologo MAGA Steve Bannon.
In una mail, quest’ultimo delineava la strategia da adottare: “dobbiamo sbarazzarci della narrazione del trafficante pedofilo e rivenderti come un filantropo”.
Epstein era stato pure sottoposto a sessioni di media training da cui sono stati tratti gli spezzoni in cui dice di non essere il demonio, che paradossalmente hanno alimentato la dinamica della mostrificazione.
Per Wolff, comunque, l’obiettivo finale della campagna era “riscrivere la realtà” e dipingere Epstein come la vittima di una campagna diffamatoria ordita da ingrate e avide sex worker (come le definiva in privato), giornaliste ideologicizzate e progressisti ipocriti.
Questi tentativi sono miseramente falliti perché – evidenzia la scrittrice Rebecca Solnit – il MeToo ha squarciato il velo di omertà patriarcale e di classe, facendo irrompere sulla scena pubblica “una nuova sensibilità nei confronti di storie che per molto tempo erano state messe a tacere”.
Il caso Epstein, che era già noto da anni, è stato dunque riaperto e riletto con un’altra griglia di lettura. E questa griglia, prosegue Solnit,
ha smascherato l’attività di un’élite prevalentemente maschile che ha continuato a coltivare i suoi rapporti con uno stupratore condannato. Non sorprende affatto che molti degli uomini al centro di questa rete criminale fossero nomi di spicco della finanza, perché il capitalismo, se portato alle sue estreme conseguenze, trasforma tutto in una merce senza vita e demolisce i diritti che interferiscono con i profitti, che siano i diritti dei lavoratori, dei poveri colpiti dalla lenta violenza della devastazione ambientale, di quelli delle donne, dei bambini o della natura. Il traffico è un commercio di beni illegali, e il traffico sessuale trasforma gli esseri umani in merci.
Dalle inchieste di Julie K. Brown (e di altre giornaliste e giornalisti), nonché dall’analisi attenta e scrupolosa dei documenti giudiziari, emergono poi altri nuclei di verità che Wu Ming 1 riassume così su Internazionale:
I membri della classe capitalistica stringono continuamente accordi segreti per mantenere la loro ricchezza, influenza e potere; lo fanno anche durante cene lussuose o feste, momenti in cui respirano insieme (co-spirano) la stessa aria di privilegio; alcuni di loro, pensandosi superiori al resto dell’umanità e sicuri di restare impuniti, si dedicano a pratiche abiette, che esasperano la già violenta realtà del dominio patriarcale e di genere.
Le teorie del complotto sul caso Epstein sfiorano questi nuclei, ma li pervertono e alla fine ci portano lontano da essi.
In questo senso, tornano molto utili per chi vuole glissare sulla portata dello scandalo o sorvolare sulla propria implicazione politica e morale.
In Italia, ad esempio, le persone che hanno avuto rapporti con Steve Bannon – tipo Matteo Salvini, Giorgia Meloni e il giornalista Marcello Foa – si sono trincerate dietro un imbarazzante silenzio, oppure hanno rilanciato le patacche su pedosatanismo e cannibalismo.
In un’intervista con il giornalista Mehdi Hasan, la scrittrice Naomi Klein ha detto chiaramente che i Bannon di turno vogliono che parliamo di Pizzagate piuttosto che di impunità di classe, traffico di influenze, corruzione, cultura dello stupro e violenza di genere.
Ossia di temi ostici, difficili, urticanti e scomodi.
Temi sicuramente poco adatti a stare nella cucina dei creator e ancor meno nello Studio Ovale della Casa Bianca, dove risiede la persona più implicata di tutte.
Articoli e cose notevoli che ho visto in giro
Dopo una vita complicata e segnata da gravissimi problemi fisici è morto a 31 anni Fredrick Brennan, l’uomo che ha inventato – e poi ferocemente rinnegato – 8chan (Arthur Jones, BrainWorms)
Un durissimo editoriale della rivista Lancet dice che ci vorranno decenni per riparare tutti i danni che ha fatto Robert Kennedy Jr. in appena un anno da segretario alla salute (The Lancet)
Degli attivisti MAGA vogliono che Trump sospenda le prossime elezioni di metà mandato sulla base di una teoria del complotto che parla di brogli alle presidenziali del 2020 orchestrati dalla Cina (Isaac Arnsdorf, Washington Post)
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Grazie con tutto il cuore per l'impegno e la costanza nello smontare menzogne e credenze .
Bel pezzo.